Annalena Tonelli nel ricordo di don Pietro Fabbri al Buon Pastore

Riportiamo di seguito alcuni passaggi dell'intervento di don Pietro Fabbri nelal chiesa del Buon pastore venerdì 5 ottobre 2012 in occasione del IX anniversario della morte di Annalena Tonelli

 

Celebrare qui, alla Chiesa del Buon Pastore, insieme, Vescovo, sacerdoti e amici, l’Eucaristia in memoria di Annalena è motivo di emozione.

Ricordo sempre un episodio, legato ad Annalena. Nelle sue rapide venute in famiglia dall’Africa, si riservava sempre qualche giorno di solitudine in disparte. Una volta con Maria Teresa trascorse una settimana di ritiro spirituale a Montevecchio, la chiesa in collina del “Buon Pastore”. A metà settimana non potei non fare un salto a Montevecchio per constatare come stavano, per curiosare sul come avevano impostato il ritiro e come pregavano. Andai e incontrai Maria Teresa sulla soglia della casa al pian terreno, la salutai e le chiesi notizie di Annalena. Mi rispose che non sapeva nulla: Annalena viveva al piano di sopra da quando erano lì, non l’aveva mai vista né si erano parlate. Potete immaginare quanto intruso mi sentii. Senza fiatare ridiscesi velocemente da Montevecchio. A questo fatto sono riandato molte volte, non tanto per la vergogna provata ma per la testimonianza donatami.

Lei dava un tempo a Dio, e solo a Dio. Rimaneva a vivere davanti a Dio per giorni e notti. Scrive: “Noi dobbiamo metterci in ascolto, dobbiamo fare silenzio, dobbiamo crearci un luogo di quiete, separato … per amare non basta il nostro cuore, bisogna avere sete di Dio”.

Annalena con il suo Signore aveva un “rapporto totale”, di dono senza confini. In lei convivevano senza escludersi i due assoluti: Dio e il prossimo. L’uno e l’altro in tempi diversi e contemporaneamente erano il suo tutto. L’Annalena, la donna degli assoluti. L’assoluto di Dio e l’assoluto del prossimo riempivano ogni frammento di tempo. La sua vita era ritmata dalla preghiera e per lei pregare era lasciarsi irradiare dal sole che è Dio. Questo le consentiva di radicarsi con salde radici nella terra e poi muovere verso il cielo che per lei erano i poveri, i brandelli di umanità amati da nessuno, che costituivano la sua ragione di vivere e di morire.

Possiamo azzardare un’immagine pensando ad Annalena in preghiera: si posava alla presenza di Dio come un’anfora vuota, prosciugata dal dono di tutta se stessa agli altri, ma si poneva sotto la sorgente che è Dio, sotto lo zampillo della fontana che è il Signore, chiedendo a Dio di poter continuare ad amare, solo Lui, il Tutto e amare i Tutti.

Un altro incontro.

L’ultimo incontro con Annalena è stato nel giugno dell’anno in cui è morta. Venne per salutarci e presentarci un’amica rimasta vedova da poco, che doveva essere aiutata ad elaborare il lutto. Nell’incontro ha sempre sorvolato sui suoi impegni, sul dono che di sé faceva continuamente ai suoi fratelli. Ma chiedeva con insistenza che le si parlasse della Chiesa, della nostra Chiesa diocesana. La sua non era curiosità superficiale ma desiderio di conoscere, quasi di sapere, per poter essere in maggior sintonia con noi.

Dalla sua bocca non uscì mai una parola di critica o di disapprovazione: Chiese particolari, cercò di capire il senso spirituale di cosa stavamo facendo qui al Buon Pastore come comunità voluta dal Vescovo. Sembrava quasi che volesse sapere qualcosa di più della sua Chiesa, della Chiesa che era il grembo fecondo da cui era stata generata. Il colloquio durò a lungo e rimane sempre il rammarico di non aver annotato le parole, di non aver custodito il silenzio ricco di ascolto, di messaggio e di grazia, di non aver approfondito idee e contenuti, di non aver interiorizzato tutto il bene che Annalena ci ha donato anche in quel colloquio che si può ben considerare come parte del suo testamento, cioè delle cose che ci riguardano più da vicino nella nostra vita quotidiana di comunità e di identità della Caritas. Ci deve aiutare ad amare sempre di più la Chiesa, la nostra Chiesa diocesana, questa Chiesa concreta fatta di umanità ferita che è in realtà il Corpo di Cristo. Oltre a questi doni fattimi da Annalena cosa può significare per noi qui del Buon Pastore, per noi operatori e volontari della Caritas diocesana, ricordare Annalena?

Noi della Caritas stiamo correndo un grande rischio: il rischio di essere travolti dai crescenti servizi sempre più necessari e urgenti. Non possiamo rimandare il fratello e la sorella che bussano, che chiedono aiuto. Ce lo impone il comandamento dell’amore e Annalena ce lo testimonia.

Annalena scrive “io impazzisco, perdo la testa per i brandelli dell’umanità ferita”. Ma l’opera della Caritas non può e non deve esaurirsi nei servizi. La Caritas ha il grande compito di educare le comunità cristiane alla carità, alla comunione, perché è la Comunione che rende solidali, che rende tutti prossimo l’uno all’altro.

Ancora, noi della Caritas rischiamo di usare la carità per persone, catalogandole in categorie, in gruppi: i poveri, gli handicappati, gli isolati, gli immigrati, la terza età …

Questo non ha alcun senso. Io debbo avvicinare l’altro, debbo rendermi prossimo all’altro, porlo nel mio quotidiano, nel mio spazio … poi riconoscerò anche i suoi bisogni; sarà un uomo, soltanto un uomo … che magari può mancare di cibo: è un affamato; manca di denaro per vivere: è un povero; manca di aiuto: è un isolato; ma io debbo incontrare un uomo, la mia prima carità è aiutare il povero a lasciarsi avvicinare come uomo.

Se non abbiamo questa volontà di renderci prossimo a qualunque uomo la carità è un esercizio sbagliato, è protagonismo in cui vince l’egoismo anche sul bene oggettivo che si sta facendo.

Monsignor Zarri nell’ultima visita, fattaci alcuni mesi fa, riguardo alla Casa del Buon Pastore, la realtà, l’opera più vistosa della Caritas diocesana ci ha detto: “La Casa del Buon Pastore deve diventare casa di comunione dove preti e laici vivono l’amore per i poveri”.

Quando si parla di casa per noi cristiani come non pensare alla casa di Marta e Maria dove Gesù è accolto e proprio perché è casa che accoglie Gesù, diventa casa di ascolto? Come non pensare alla casa di Maria negli Atti degli Apostoli, la madre di Marco, casa aperta all’accoglienza dei credenti in Cristo, casa perciò di incontro, di fraternità e di preghiera? E poi la casa di Lidia, sempre negli Atti degli Apostoli, casa messa a disposizione per i missionari e per le comunità che si vanno formando con la loro predicazione. Nella Chiesa primitiva, impegnata nell’evangelizzazione itinerante, queste case erano il grembo di vita, luogo dove avveniva l’ascolto della Parola, la celebrazione della Cena del Signore e l’esperienza della comunione.

Il primo compito della Chiesa, di ogni comunità cristiana, di ogni opera ecclesiale è di essere scuola e palestra di comunione.

Annalena in questa opera di costruzione della casa di comunione ci sia di aiuto e modello. Annalena ci insegna come amare, come si ama Dio, l’Amore. Il suo amore per Dio non era solo un amore di desiderio per Lui, ma un amore che impone, esige la realizzazione di quanto lui comanda. Scrive san Giovanni: “Chiunque ama Dio fa la sua volontà e ubbidisce ai suoi comandi”.

Dio che noi vogliamo amare vuole che ci amiamo gli uni gli altri, che amiamo il nostro prossimo, che amiamo l’altro. Ecco che i due comandamenti dell’amore, amare Dio e amare il prossimo, si uniscono, si esigono a vicenda, si fondono. Questi due amori vanno coltivati , esercitati in tempi, in luoghi distinti, ma vanno vissuti anche simultaneamente, all’unisono. “Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, i non amati … volevo seguire Gesù Cristo, Lui e i poveri in Lui”.

Annalena ci insegna come amare, come essere prossimo, come farsi prossimo. Scrive Annalena: “Siamo carne della stessa carne, sangue dello stesso sangue, spirito dello stesso spirito, e mi sento parti inscindibile di ognuno, ogni uomo, ogni donna, ogni bambini”.

Questo significa superare la carità “presbite”, possibile anche negli operatori e nei volontari della Caritas. L’amore “presbite” è la carità per chi è lontano e che resta lontano; è la carità che non ama più quando l’altro si avvicina perché è una presenza fastidiosa. Troppe volte ci sentiamo infastiditi dalla vicinanza del povero e dello straniero. Annalena ci insegna che chi mi è lontano, chi mi è estraneo lo devo avvicinare e riconoscerlo come uomo … e quando lo si è avvicinato come uomo lo sapremo scoprire anche come bisognoso accettando l’impotenza di rispondere ai suoi bisogni: “Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. Lui ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre”.

Carissimi amici del Comitato contro la Fame nel Mondo, carissimi amici di Annalena, carissimi operatori e volontari della Caritas, facciamo sì che il “guai a voi!” pronunciato da Gesù questa sera perché non ci lasciamo convertire di fronte al miracolo della vita di Annalena, si trasformi in “beati voi!” perché coltiviamo in noi il seme seminato in noi da Annalena.