"La croce e il potere": la missione della Chiesa e le pretese del potere

Una testimonianza sulla libertà e il coraggio della fede, sui martiri di ieri e di oggi, sulla missione della Chiesa e sulle pretese del potere. In occasione dell’Anno della Fede sabato 9 marzo, nella Cattedrale di Forlì è andato in scena “La croce e il potere” proposto dall’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali e dalla parrocchia della Cattedrale intitolata a San Tommaso Becket. Presente il vescovo, mons. Lino Pizzi e il vicario generale, mons. Dino Zattini, dopo il saluto del parroco mons. Quinto Fabbri, e l’introduzione di don Giovanni Amati, direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali, con la regia e l’adattamento scenico di Franco Palmieri, direttore di Elsinor, sono stati presentati brani di “Assassinio nella Cattedrale” di Thomas Stearns Eliot. E’ il dramma teatrale che rievoca la lotta per la libertà della Chiesa nell’Inghilterra del XII secolo, di cui sono protagonisti il re Enrico II e San Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury, ucciso ai piedi dell’altare il 29 dicembre 1170. “E’straordinario - ha affermato nell’introduzione don Amati - ciò che quel martirio ci ha consegnato in eredità “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Fin dall’inizio la Chiesa svolgendo la sua missione si è trovata in questa drammatica scelta, dovendo ridecidere se essere e come interlocutrice del potere, e come difendere la sua e la libertà di tutti. Soprattutto quando il potere vuole strumentalizzare la Chiesa accettandola solo come agenzia di servizi religiosi o sociali e chiamandola ad un dialogo che ha spesso come risultato l’irrilevanza sociale e culturale della fede”.

 

L'introduzione di don Giovanni Amati direttore dell'Ufficio per le comunicazioni sociali

E’ straordinario che appena tre anni dopo il martirio San Tommaso Becket sia stato dichiarato Santo e ciò che accadde a Canterbury il 29 dicembre 1170 sia stato indicato a tutta la Chiesa come testimonianza. Straordinario che pochi decenni dopo troviamo in centro a Forlì, nell’attuale via Bufalini, una parrocchia dedicata al Santo inglese, punto di riferimento dei pellegrini che da Canterbury scendevano a Roma lungo la via Francigena.

Ancora più straordinario è ciò che quel martirio ci ha consegnato in eredità.“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Fin dall’inizio la Chiesa svolgendo la sua missione si è trovata in questa drammatica scelta, dovendo ridecidere se essere e come interlocutrice del potere, e come difendere la sua e la libertà di tutti.

“I cristiani danno a Cesare soltanto quello che è di Cesare, ma non ciò che appartiene a Dio - ha scritto Benedetto XVI nell'articolo pubblicato il 20 dicembre 2012 sul Financial Times - talvolta lungo la storia i cristiani non hanno potuto accondiscendere alle richieste fatte da Cesare. Dal culto dell’imperatore dell’antica Roma ai regimi totalitari del secolo appena trascorso, Cesare ha cercato di prendere il posto di Dio. Quando i cristiani rifiutano di inchinarsi ciò avviene perché sono liberi dai legami dell’ideologia e animati da una visione così nobile del destino umano, che non possono accettare compromessi con nulla che lo possa insidiare”.

La storia del martirio di San Tommaso Becket, che riascoltiamo questa sera, pone anche oggi noi cristiani davanti a queste drammatiche alternative, anche in questo momento in cui tutto il mondo guarda la Chiesa in attesa della nomina del nuovo Papa. La fede ci rende portatori di una novità che spesso non coincide con la moda e l’opinione del mondo, ci chiede di adottare criteri che non appartengono al comune modo di pensare. “Il cristiano - affermava ancora benedetto XVI nell’udienza generale del 23 gennaio scorso - non deve avere timore di andare controcorrente per vivere la propria fede, resistendo alla tentazione di uniformarsi”.

Sia quando il potere vuole censurare apertamente la presenza della Chiesa, come accade ormai quotidianamente anche nelle nostre civiltà occidentali, ma ancor di più quando vuole strumentalizzare la Chiesa accettandola solo come agenzia di servizi religiosi o sociali e chiamandola ad un dialogo che ha spesso come risultato l’irrilevanza sociale e culturale della fede. E il potere sa bene che questa è la sua vittoria. E noi sappiamo come ricordava il card Caffarra, arcivescovo di Bologna in occasione delle recenti elezioni politiche che “non sarà mai perdonato ai cristiani di continuare a essere culturalmente irrilevanti”.

Siamo grati ai testimoni che ci insegnano questa libertà e questo coraggio della fede. Ai testimoni come San Tommaso Becket, e ai nostri testimoni. Per questo in fondo alla chiesa è stata allestita la mostra “I santi della nostra terra” dove troverete in vendita anche il fascicolo che la riproduce.

E adesso andiamo a Canterbury per ascoltare San Tommaso Becket.

 

Biografia di San Thomas Becket

Thomas nacque a Londra nel 1118 da Gilberto e Matilde, ambedue appartenenti alla borghesia di origine normanna. Tuttavia alla morte dei propri genitori rimase quasi nullatenente, e per anni dovette lavorare come impiegato. Ricevette un’educazione liberale presso i canonici di Merton, nel Surrey. Più tardi intraprese gli studi di diritto canonico prima ad Auxerre e quindi a Bologna, la prima delle università, già allora famosa in tutta Europa. Entrò poi a far parte del gruppo di collaboratori dell’arcivescovo Teobaldo di Canterbury. Questi lo mandò in diverse occasioni a Roma per svolgere missioni importanti e delicate. Finalmente nel 1154 diventò arcidiacono della diocesi e nel 1155 il neo re Enrico II lo nominò cancelliere del regno. Era arrivato al top della carriera: numero 2, dopo il re. I due inoltre erano legati da sincera amicizia e collaborazione. Morto nel 1161 l’arcivescovo Teobaldo, re Enrico, per porre fine alla resistenza della Chiesa contro l’usurpazione reale dei propri diritti e privilegi avuti nei secoli precedenti, pose la candidatura del suo cancelliere. Chi c’era più degno di lui? Davanti a tanto sponsor poteva il suo numero due dirgli di no? Thomas infatti gli disse: “Se Dio mi permettesse di essere arcivescovo di Canterbury, perderei la benevolenza di vostra maestà, e l’affetto di cui mi onorate si trasformerebbe in odio, giacché diverse vostre azioni volte a pregiudicare i diritti della Chiesa mi fanno temere che un giorno potreste chiedermi qualcosa che non potrei accettare, e gli invidiosi non mancherebbero di considerarlo un segno di conflitto senza fine tra di noi”. Parole profetiche. Ma il re Enrico non diede loro importanza e insistette. Thomas declinò lo stesso l’invito regale, finché non intervenne il nunzio apostolico il card. Enrico di Pisa. Questi, non il re, lo convinse ad accettare il prestigioso incarico a vescovo di Canterbury. Come primo atto egli si trasferì da Londra a Canterbury: iniziava così con un gesto concreto e ben visibile la sua nuova missione e il proprio cambiamento. Che fu coraggioso e totale. Era diventato un uomo di Chiesa, cioè di servizio, non più uomo di potere, secondo la logica di questo mondo. Non ci fu un semplice “lifting” per così dire, andò molto più in profondità: voleva rappresentare Gesù Cristo come pastore del proprio gregge, e volle assomigliargli più possibile nella propria vita quotidiana. Ma ben presto vennero a galla i conflitti con il re. L’occasione furono le Costituzioni di Clarendon. Nella storia inglese, queste sono un capitolo molto importante. Di che si trattava? Era il tentativo di codificazione, per iscritto, di antiche usanze e consuetudini del regno, che qualche volta erano in contrasto con la legislazione canonica che ne limitavano la libertà e l’indipendenza di azione. La polemica che ne scaturì era di ordine giuridico: l’arcivescovo difendeva le posizioni acquisite dalla Chiesa, secondo il diritto canonico. Il re e i suoi giuristi facevano riferimento a consuetudini feudali, che andavano a beneficio del potere regale (nascita del diritto civile). Queste Costituzioni si possono considerare anche la prima dichiarazione legale della Common Law (Legge Comune) inglese. Thomas all’inizio fu conciliante, poi appresi i dettagli (il diavolo si nasconde sempre nelle clausole) le respinse affermando: “Nel nome di Dio onnipotente, non porrò il mio sigillo”. Era come una dichiarazione di ostilità nei riguardi del re, e l’inizio del confronto tra i due. Finalmente arrivò anche il sostegno da Roma: il papa Alessandro III respinse vari provvedimenti dell’assise di Clarendon, e nello stesso tempo pregò Thomas, che aveva dato le dimissioni, di continuare. Durante le trattative tra papa e re, fu ospite in un monastero cistercense e poi anche del re di Francia. Il suo soggiorno all’estero (era un vero esilio) durò sei anni. Tornato a Canterbury fu bene accolto dalla popolazione, ma non dalla corte e dal re, ormai diventato suo nemico. Questi un giorno esclamò ad alta voce che qualcuno lo liberasse da quel vescovo. Non si conoscono le parole esatte, ma sembra che non intendesse o ancor meno che ordinasse, indirettamente, la sua eliminazione fisica. Invece quattro cavalieri che lo sentirono pensarono di avere avuto mano libera. E partirono alla volta di Canterbury, per la soluzione finale del confronto. Entrarono in chiesa con la forza gridando “Dov’è Thomas il traditore?”. Questi rispose: “Sono qui, ma non sono un traditore, bensì un vescovo e sacerdote di Dio”. E fu brutalmente ucciso a coltellate. L’assassinio si consumava nella cattedrale (episodio questo che fu fonte di ispirazione e rievocazione letteraria per molti artisti, tra i più famosi T. S. Eliot col suo Assassinio nella cattedrale). L’orrenda notizia si sparse velocemente per tutta l’Europa. Il re Enrico II ne fu profondamente addolorato e digiunò per molti giorni in segno di sincero dolore. “Thomas non aveva vissuto come un santo, ma morì come tale, un uomo dai molti aspetti che cercava la gloria, che trovò alla fine, con coraggio e abnegazione” (A. Butler).



VEDI ANCHE: