Omelia festa Madonna del Fuoco 4/2/2013

Come ogni anno, siamo qui riuniti per celebrare solennemente la Festa della Madonna del Fuoco, Patrona della nostra Chiesa di Forlì-Bertinoro, invocata sotto questo titolo a motivo dell’avvenimento del 4 febbraio 1428, quando l’immagine, qui venerata, rimase illesa nell’incendio scoppiato nella scuola, da qui poco distante. Da allora, il Popolo forlivese nel corso dei secoli ha sempre manifestato la sua devozione a Maria nelle circostanze gioiose come in quelle dolorose della sua storia.

Anche noi ci inseriamo in questa devozione plurisecolare per onorare e venerare Colei che il Signore Dio ha scelto perché fosse degna Madre del Figlio suo fatto uomo, Colei che è beata perché ha creduto all’adempimento delle parole del Signore; si è dichiarata la serva del Signore, perché si adempisse quanto Le era stato detto dall’angelo ed è stata intimamente unita all’opera redentrice del suo Figlio Gesù. Il Vangelo, che abbiamo ora ascoltato, ce la presenta nell’ora suprema di Gesù, sotto la Croce del suo Figlio, che, nella persona dell’apostolo Giovanni, ce l’ha data come Madre e ci ha affidati tutti a Lei come suoi figli. Il fuoco, da cui fu indenne l’immagine qui venerata, ci richiama il fuoco del roveto ardente, dal quale Dio chiamò Mosè per liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto, e la colonna di fuoco, che guidava il popolo eletto verso la terra promessa; richiama l’amore con cui “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio Unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui”; richiama il fuoco dell’amore, portato da Cristo sulla terra, per cui “se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”.

Quest’anno la nostra Festa viene nel corso dell’Anno della fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, per risvegliare e rafforzare la nostra adesione al Signore, per riscoprire la bellezza della nostra fede, e per stimolarci a professarla e a testimoniarla in pienezza e con rinnovata convinzione.

Nella Lettera di indizione “Porta fidei” il Papa presenta Maria come esempio di fede: Per fede Maria accolse la parola dell’Angelo e credette all’annuncio che sarebbe divenuta Madre di Dio nell’obbedienza della sua dedizione (cfr Lc 1,38). Visitando Elisabetta innalzò il suo canto di lode all’Altissimo per le meraviglie che compiva in quanti si affidano a Lui (cfr Lc 1,46-55). Con gioia e trepidazione diede alla luce il suo unico Figlio, mantenendo intatta la verginità (cfr Lc 2,6-7). Confidando in Giuseppe suo sposo, portò Gesù in Egitto per salvarlo dalla persecuzione di Erode (cfr Mt 2,13-15). Con la stessa fede seguì il Signore nella sua predicazione e rimase con Lui fin sul Golgota (cfr Gv 19,25-27). Con fede Maria assaporò i frutti della risurrezione di Gesù e, custodendo ogni ricordo nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), lo trasmise ai Dodici riuniti con lei nel Cenacolo per ricevere lo Spirito Santo (cfr At 1,14; 2,1-4).

Per conoscere meglio i contenuti della nostra fede e ancor più l’atto della fede, con cui decidiamo di affidarci totalmente a Dio, in piena libertà, il Papa ci esorta a rileggere attentamente i documenti del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica e a “intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia, che è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Il Papa ha parlato di “una desertificazione spirituale che in questi decenni è avanzata. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. … Indica, inoltre l’Anno della fede come “un’occasione propizia per intensificare la testimonianza della carità, … perché la fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio. Fede e carità si esigono a vicenda”.

La nostra Festa cade in un momento difficile per il nostro Paese: la crisi economica, che da anni colpisce i singoli e le famiglie, non accenna a diminuire e ancora non è possibile prevederne il superamento; la mancanza del lavoro, l’incertezza del futuro specialmente per i giovani; l’evasione fiscale, la corruzione nell’amministrazione pubblica, la frantumazione della vita sociale, la sistematica sterile contrapposizione a scapito dei problemi reali del nostro Popolo. Non meno grave è la crisi dei valori morali, che stanno alla base della vita sociale, spesso derisi, emarginati, ignorati calpestati: la vita e la dignità della persona, la famiglia, cellula fondamentale della società e della Chiesa, il lavoro come realizzazione della persona ed esplicazione delle sue doti, la partecipazione alla vita democratica …l’onestà nella gestione della cosa pubblica. … Il nostro Paese è alla vigilia di una consultazione elettorale, in cui dovranno essere scelte le guide e i responsabili della vita pubblica. Non è compito della Chiesa indicare le scelte concrete da compiere, ma è doveroso richiamare tutti al senso di responsabilità e ai valori da salvaguardare per il bene comune del Paese. A questo riguardo, proprio perché il Papa ci ha invitato a rileggere i documenti del Concilio, mi sento in dovere di riproporre quanto il Concilio ha scritto nella Gaudium et spes in proposito: “Il Concilio esorta i cristiani, cittadini dell'una e dell'altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del Vangelo.

Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura (93), pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno (94).

A loro volta non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente nelle attività terrene, come se queste fossero del tutto estranee alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali.

La dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo.

Contro questo scandalo (95) già nell'Antico Testamento elevavano con veemenza i loro rimproveri i profeti e ancora di più Gesù Cristo stesso, nel Nuovo Testamento, minacciava gravi castighi (96).

Non si crei perciò un'opposizione artificiale tra le attività professionali e sociali da una parte, e la vita religiosa dall'altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna”.

Vorrei fermare, ancora brevemente, la nostra attenzione sulla famiglia, sul lavoro, sui giovani e sugli immigrati.

In questo anno e nel prossimo abbiamo richiamato il nostro impegno pastorale sulla famiglia. E’ innegabile uno stretto rapporto tra evangelizzazione e famiglia. Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, dal titolo “Beati gli operatori di pace”, il Papa, indicando il ruolo della famiglia e delle istituzioni nell’educazione per una cultura di pace, ha scritto: “Desidero ribadire con forza che i molteplici operatori di pace sono chiamati a coltivare la passione per il bene comune della famiglia e per la giustizia sociale, nonché l’impegno di una valida educazione sociale.

Nessuno può ignorare o sottovalutare il ruolo decisivo della famiglia, cellula base della società dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico. Essa ha una naturale vocazione a promuovere la vita: accompagna le persone nella loro crescita e le sollecita al mutuo potenziamento mediante la cura vicendevole. In specie, la famiglia cristiana reca in sé il germinale progetto dell’educazione delle persone secondo la misura dell’amore divino. La famiglia è uno dei soggetti sociali indispensabili nella realizzazione di una cultura della pace. Bisogna tutelare il diritto dei genitori e il loro ruolo primario nell’educazione dei figli, in primo luogo nell’ambito morale e religioso. Nella famiglia nascono e crescono gli operatori di pace, i futuri promotori di una cultura della vita e dell’amore” [6]. E appena prima, nello stesso Messaggio affermava: “Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita. …Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale”.

A riguardo del lavoro possiamo richiamare ancora la parola del Papa:” Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. A tale proposito, ribadisco che la dignità dell’uomo, nonché le ragioni economiche, sociali e politiche, esigono che si continui « a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti » [4]. In vista della realizzazione di questo ambizioso obiettivo è precondizione una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori spirituali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società. A un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti”.

A riguardo dei giovani: è vero che talvolta possono sembrare e anche essere un problema, ma certamente sono una risorsa per la società civile e per la Chiesa: nonostante la loro fragilità, la loro incostanza, le loro incoerenze, hanno tante energie nuove, possono essere portatori di freschezza, di novità, di rinnovamento, di speranza e costituiscono il futuro del nostro Paese. L’intera comunità ha gravi responsabilità nei loro confronti, che io riassumerei principalmente nel dovere dell’educazione al bene, alla fede, alla vita buona del Vangelo, all’onestà, al senso civico, al senso di responsabilità, alla solidarietà, all’impegno serio per il bene comune. Deve essere affrontata seriamente la possibilità di un lavoro onesto, che permetta loro di avere una vita dignitosa, di formarsi serenamente una famiglia, e guardare con fiducia al proprio futuro. Ai giovani, partecipanti all’incontro europeo animato dalla Comunità di Taizé, il Papa esprimeva così la sua fiducia: Cari giovani amici, Cristo non vi toglie dal mondo. Vi manda là dove la luce manca, perché la portiate ad altri. Sì, siete tutti chiamati ad essere delle piccole luci per quanti vi circondano. Con la vostra attenzione a una più equa ripartizione dei beni della terra, con l’impegno per la giustizia e per una nuova solidarietà umana, voi aiuterete quanti sono intorno a voi a comprendere meglio come il Vangelo ci conduca al tempo stesso verso Dio e verso gli altri. Così, con la vostra fede, contribuirete a far sorgere la fiducia sulla terra. Siate pieni di speranza.

Infine vorrei ricordare tanti uomini e donne che sono tra noi e che non condividono, se non in parte, questa nostra festa, anche perché appartenenti ad altre religioni. Sono quegli immigrati che in questi decenni sono venuti nelle nostre città e nei nostri paesi, e che abitano in mezzo a noi. “Un fenomeno – quello dell’immigrazione – scriveva il Papa nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del rifugiato, che impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale» (ibid., 62), poiché «ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione». Invitava la Chiesa e le varie realtà che ad essa si ispirano “ ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l’autentica integrazione, in una società dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell’altro, generosi nell’assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri”. Sono persone che nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia dei propri simili, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato. Occorre, infatti, ribadire che «la solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere».

In conclusione questa nostra festa deve aiutarci a ravvivare la nostra consapevolezza di cristiani e la nostra fede anche per una presenza più significativa nella vita del Paese. Tra qualche istante faremo la nostra professione di fede. Dicendo: Io credo in Dio vogliamo dire che fondiamo su di Lui la nostra vita, lasciamo che la sua Parola la orienti ogni giorno, nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di noi stessi. … Credere in Dio ci rende dunque portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento, ci chiede di adottare criteri e assumere comportamenti che non appartengono al comune modo di pensare. Il cristiano non deve avere timore di andare “controcorrente” per vivere la propria fede, resistendo alla tentazione di “uniformarsi”.

Sabato scorso, in visita ad limina, al Santo Padre Benedetto XVI ho parlato di questa nostra Festa della Madonna del Fuoco: volentieri mi ha incaricato di impartirvi a nome suo, al termine della Santa Messa la sua apostolica Benedizione.