Dal nostro inviato: viaggio tra i cristiani e gli yazidi perseguitati in Iraq e Siria

Dal nostro inviato

Rodolfo Casadei, giornalista forlivese, inviato del settimanale Tempi, è appena rientrato da un viaggio nell’Iraq settentrionale dove ha incontrato i profughi cristiani e yazidi costretti ad abbandonare le loro case e le loro città per sfuggire alle minacce e alle violenze dei jihadisti. Casadei ha raccontato il suo viaggio durante l’incontro che si è svolto a Forlì il 29 agosto nella chiesa di Coriano. Ne pubblichiamo il testo.

I 440 mila sfollati, metà cristiani e metà di altre minoranze religiose, che la notte tra il 6 e il 7 agosto scorso sono fuggiti dalle loro case e dalle loro città sono il culmine di una crisi, di una persecuzione contro i cristiani che dura da dieci anni. L’Iraq nel 2001, ai tempi della prima guerra del Golfo, aveva un milione di cristiani, al tempo della seconda guerra, nel 2003, 500 mila, alla vigilia dei fatti del 2014 i cristiani erano rimasti 250 mila. Perché a partire dal 2004 sono iniziati gli attacchi espliciti degli estremisti islamici contro i cristiani. Dopo il 2003 non c’è più stata pace, se nona sprazzi, in tutto l’Iraq e in particolare per i cristiani. La loro sofferenza avviene sempre nel contesto di quella del popolo in cui si trovano, la loro sofferenza è emblematica di tutte le sofferenze che ci sono in quella nazione. Il 10 giugno Mosul è caduta nella mani dello Stato islamico che ha proclamato il califfato, 4000 jihadisti che hanno sconfitto 40mila soldati governativi, e i cristiani non si sono mossi, attendendo gli eventi. Gli estremisti, che pur li avevano perseguitati negli anni, all’inizio sono stati rispettosi poi il 20 luglio hanno emesso una fatwa che imponeva ai cristiani di convertirsi all’islam oppure di pagare una tassa di sottomissione con l’alternativa di essere uccisi. I cristiani di Mosul in massa hanno abbandonato la città per non rinnegare la fede, per non pagare la tassa, che in realtà pagano già da 10 anni (tanti cristiani sono stati rapiti e rilasciati dopo il pagamenti di riscatto). Mi sono ricordato allora che nel primo viaggio nell’Iraq settentrionale, nel 2008, avevo incontrato l’arcivescovo di Mosul che mi informava che già allora arrivavano nelle case dei cristiani lettere o messaggi in videocassetta che minacciavano quello che ora si è realizzato. Un progetto dunque che avanti da molti anni e che si è realizzato nel 2014. Ricorderete quanto accaduto nel 2010 in una chiesa di Bagdag, assalita dai jihadisti che uccisero i sacerdoti e gli uomini, lanciarono granate sterminando donne e bambini e dopo tre ore di terrore si suicidarono. Quell’attacco fu ordinato da Abu Bakr al Baghdadi, lo stesso che oggi si è autoproclamato califfo. E’ sempre questo gruppo che negli anni ha lanciato la persecuzione contro i cristiani iraqueni, con la differenza che oggi sta diventando fortissimo e controlla un territorio che va da Aleppo, in Siria, fino a Tiqrit, in Iraq, 600 km di strade, pozzi di petrolio, risorse agricole, banche. Dopo l’esodo di Mosul è caduta anche Qaraqosh e i cristiani sono fuggiti nella città curde e in quelle della piana di Ninive, il granaio dell’Iraq, abitato in gran parte da cristiani, agricoltori artigiani, non organizzati dal punto di vista militare. Poi sciiti turcomanni, curdi, yazidi sono fuggiti dalle loro case e sono andati a trovare riparo nelle città cristiane della piana di Ninive e in quelle curde più a nord. Tra il 6 il 7 agosto ha ceduto di schianto la resistenza armata nella piana di Ninive, i peshmerga si sono ritirati e tutte le popolazioni quella notte sono fuggite. Sono saliti sulle auto e sui trattori, con le loro famiglie, portandosi dietro solo i vestiti che avevano addosso e con loro sono partiti i profughi arrivati un mese prima. Immaginate migliaia di automezzi che formano un lungo serpentone per attraversare la piana di Ninive: davvero una scena apocalittica.

Durante il mio viaggio, dal 12 al 18 agosto sono stato a Erbil, difficile da raggiungere, senza più i miei punti di appoggio, tutti fuggiti. I profughi si trovano in una situazione di grande bisogno e quelli cristiani in grande sofferenza psicologica. I profughi vivono all’aperto ad una temperatura che supera i 40 gradi, accampati attorno alle chiese, nelle parrocchie, nelle scuole e in altri centri sono 50 mila profughi, ricevono aiuti alimentari da associazioni internazionale e da privati, anche musulmani. Per i cristiani la situazione psicologica è disastrosa: chiedono di andare via, non importa dove, purché lontano da quella terra dove non possono più vivere. I sacerdoti e i vescovi insistono per farli rimanere, ma loro, che non hanno ceduto sulla fede, non si sono sottomessi alla tassa, ora vengono derubati delle case e di tutto il resto. Non hanno più fiducia e speranza, anche se c’è una grande solidarietà, tra persone e confessioni diverse e anche con i musulmani. Ma bisogna anche dire che altri musulmani, come quelli di alcuni villaggi sunniti della piana di Ninive si sono uniti ai jihadisti pr saccheggiare i villaggi dei cristiani.

Ho visitato anche i profughi yazidi, che appartengono a questa religione molto antica, di origine zoroastriana. Poiché ritengono che Lucifero, dopo essersi ribellato a Dio, si è pentito e ha ricevuto il governo delle cose della terra, vengono coinsiderati dall’islam adoratori del demonio. Sono trattati ancor più duramente dei cristiani: a loro infatti non si chiede la tassa di sottomissione, ma l’alternativa è tra convertirsi all’islam od essere uccisi. Sono circa 300mila, come i cristiani, hanno convissuto solo con loro e sono stati perseguitati da tutti. I cristiani hanno perso tutto quello che avevano, ma hanno salvato quasi tutti la vita, gli yazidi hanno perso la vita a migliaia e tremila delle loro donne, mogli e figlie, sono state rapite, spartite come bottino di guerra e messe in vendita sulla piazza del mercato di Mosul. Così nel 2014 è ricominciata la schiavitù in un paese del Medio Oriente.

Poi sono andato ad Alqosh, città non occupata dagli jihadisti ma evacuata perché a 6 km iniziava il fronte dello Stato islamico. Sono andato nel monastero caldeo di Santa Maria delle Messi, dove ero andato altre volte, perché lì mi sentivo al sicuro. Ora sono rimasti solo alcune decine di uomini armati a presidiare il monastero e la città, ma la popolazione è fuggita. L’avanzata degli jihadisti si è fermata perché sono iniziati i bombardamenti americani, i curdi hanno riconquistato qualcosa, ma non abbastanza per ricreare la voglia e la fiducia di tornare. Ora è una situazione di stallo con i curdi che avanzano e gli jihadisti che cercano di tamponarne l’avanzata. Il Kurdistan, una regione con 5 milioni di abitanti, accoglie 700 mila profughi, di cui 250 mila siriani e 450 mila profughi interni: ma non sono statistiche, sono uomini, donne, bambini e anziani, come noi, hanno una vita come noi, danno una testimonianza eroica per mantenere la fede, ma ora sono arrivati sull’orlo dell’esodo.

Prima di chiederci cosa possiamo fare per loro chiediamoci cosa loro hanno fatto per noi. Sono loro che hanno deciso di rimanere fedeli, che si sono fatti rapire e rapinare, che hanno assistito alla distruzione delle loro chiese per 10 anni. La loro sofferenza è la stessa di Cristo sulla croce e loro stanno redimendo noi con la loro sofferenza associata a quella di Cristo. Prima ancora che una questione politica, culturale o sociale la persecuzione è uno dei misteri della fede, come ci ha promesso Gesù stesso. Cosa noi possiamo fare: è importante la solidarietà, ma c’è un problema più profondo. Loro hanno bisogno di sicurezza perché a un padre non può chiedere di sacrificare la sua famiglia, non possiamo chiedere a loro di continuare a farsi rapinare e rapire. I Vescovi hanno chiesto un’azione di polizia internazionale che permetta ai profughi di tornare nelle loro case. E è una questione di giustizia, per i cristiani e per gli yazidi, che soffrono ancor più dei cristiani. E’ vero che non sempre si può intervenire con la forza, perché le situazioni a volte sono molto complicate e si può peggiorarle, ma in questo caso è molto chiaro cosa è in gioco e gli obiettivi degli jihadisti. Bisogna che la comunità internazionale intervenga, ma non credo che questo succederà, se non per le azioni legate agli interessi degli americani.

Penso sia legittimo pregare perché i soldati curdi sopportino l’urto come uno prega per la guarigione della madre e del fratello.

 

Domenica 12 ottobre alle 16.00, sul sagrato della Abbazia di S. Mercuriale, si terrà un momento interreligioso di preghiera e riflessione intitolato “Insieme per la pace”. La situazione in Iraq e non solo sarà il tema sul quale meditare e riflettere con la partecipazione dei rappresentanti della comunità ebraica, delle diverse Chiese presenti a Forlì, della comunità islamica e di coloro che non professano alcun credo religioso.

 

Don Enrico Casadio direttore del centro diocesano per l'ecumenismo e il dialogo presenta l'appuntamento del 12 ottobre

Gli orribili fatti iracheni di questi ultimi mesi pongono, brutalmente, la questione del dialogo con l’Islam e, più in generale, del dialogo interreligioso. Inevitabilmente siamo spinti a chiederci se sia possibile e che senso abbia un tale dialogo. Innanzitutto diciamo che non si dialoga astrattamente con l’Islam né con una religione, quale che sia, ma con le diverse comunità aderenti a quella religione, nel nostro caso con la Comunità islamica forlivese. Dunque, in ultima istanza, con uomini e donne, in carne e ossa, con i quali occorre tessere pazientemente un rapporto di conoscenza reciproca e di fiducia. Non diversamente da quel che si è chiamati a fare, come cittadini di una stessa città, gli uni nei confronti degli altri, evitando le generalizzazioni che favoriscono sempre gli estremismi violenti, imparando il confronto rispettoso e costruttivo a partire dalle rispettive identità. In questa prospettiva il dialogo ha sempre senso, come afferma nettamente papa Francesco, quando dice che la violenza si vince soltanto col dialogo e con la riconciliazione. Ne sono riprova alcune commoventi testimonianze di solidarietà offerte da musulmani iracheni, come coloro che hanno voluto partecipare alla Messa del patriarca Sako a Bagdad, portando cartelli con la scritta: “Siamo tutti cristiani” (Avvenire, 22 luglio 2014). Ricordiamo anche che la ferocia dei miliziani dell’Isis ha colpito e colpisce, oltre a cristiani e yazidi, anche musulmani, come nel caso dei sedici Ulema trucidati a Mosul per aver difeso i cristiani (Tempi on line, 25 luglio 2014). C’è dunque dentro lo stesso mondo islamico, come dentro ogni mondo, il problema del dialogo e del confronto, interno ed esterno. Resta molto da dire, in particolare rispetto all’Islam, tenendo presente la storia, la cultura, la geopolitica. Per queste ragioni, noi continuiamo il dialogo con i musulmani, nello spirito della dichiarazione del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, emessa il 12 agosto scorso, dove leggiamo: «La situazione drammatica dei cristiani, degli yazidi e di altre comunità religiose ed etniche numericamente minoritarie in Iraq esige una presa di posizione chiara e coraggiosa da parte dei responsabili religiosi, soprattutto musulmani, delle persone impegnate nel dialogo interreligioso e di tutte le persone di buona volontà. Tutti devono condannare unanimemente, senza alcuna ambiguità, questi crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli. Altrimenti quale credibilità avranno le religioni, i loro adepti e i loro capi? Quale credibilità potrebbe ancora avere il dialogo interreligioso ricercato con pazienza in questi ultimi anni?”. Abbiamo il diritto e il dovere d’interpellarci a vicenda su quanto avviene, come uomini e donne di fedi e convinzioni diverse, incluso chi non professa un credo religioso, come cittadini d’Italia e del mondo, per dire no all’odio violento dell’altro che distrugge tutti, per dire sì alla convivenza nel confronto pacifico che promuove il bene comune. In questa prospettiva proponiamo un momento di preghiera e di riflessione per la fine delle violenze e per la pace, domenica 12 ottobre sul sagrato di S. Mercuriale, nel cuore della nostra città, alle 16. Interverrà, oltre ai rappresentanti della Comunità ebraica, delle diverse Chiese e della società civile, l’Imam della Comunità islamica forlivese. L’assessore R. Mosconi porterà il saluto del Sindaco e dell’Amministrazione comunale.

Don Enrico Casadio

 

Dall’omelia del Vescovo alla preghiera per i cristiani perseguitati domenica 14 settembre

“Solennizziamo la festa della Esaltazione della Croce pregando per i nostri fratelli nella fede che soffrono persecuzione, violenza e morte, alcuni dei quali abbiamo visto anche crocifissi. Siamo arrivati ad un culmine di barbarie, di atrocità, che chiunque ha una dignità umana, cristiano o musulmano, credente o non credente, deve condannare, senza ma e senza se. Le atrocità, di cui anche in questi giorni abbiamo purtroppo notizie, richiedono che ogni persona che si ritiene tale, le rifiuti e le condanni. Se nel nostro cuore, nel cuore di qualcuno rimanessero dubbi, o peggio ancora condivisioni di quelle atrocità sarebbe davvero un pericolo per tutta la società e per la convivenza pacifica dei popoli.

Abbiamo umili ma potenti mezzi, la preghiera e l’amore, chi deve fare il suo dovere per fermare l’ingiusto aggressore lo deve compiere senza tanti tentennamenti. Mi ha amareggiato vedere che per mesi queste cose sono successe e la nostra Europa non si è scossa. Consola che anche qualche capo del mondo islamico si sia dissociato e abbia condannato queste atrocità. Ma bisogna che tutti noi sappiamo respingere questo odio, questa violenza, queste persecuzioni, che sono contro l’uomo, contro Dio e contro la società umana. Dobbiamo scuotere le coscienze e se ci venisse da pensare che qualche volta il Signore ci chieda troppo ricordiamoci che ci sono dei nostri fratelli che con la privazione dei beni, con l’esilio e anche con la vita pagano la loro appartenenza a Cristo. Piuttosto che rinunciare a Gesù rinunciano a tutto il resto”.

Davanti a San Mercuriale don Roberto Rossi, parroco di Regina Pacis ha letto la testimonianza di padre Majeed Attala (email arrivata il 12 settembre), sacerdote iracheno profugo da Mosul con i suoi cristiani.

Cari miei grazie per il pensiero che non vi dimenticate di tutti noi. Per noi è tanto che fate questa preghiera che è l’unica cosa che serve. Abbiamo bisogno di tanta preghiera. Caro vescovo Lino e caro don Roberto, cari preti e tutti voi. Oggi siamo arrivati ad un punto difficile. Il 6 agosto 2014 abbiamo lasciato tutto e siamo scappati, senza prendere nulla, perché sono arrivati i cattivi Daesh nelle nostre città. Siamo andati a Nakawa ma qui è una vergogna contro l’umanità. Siamo qui da più di un mese, nessuno ha fatto niente, siamo più di 8600 famiglie, dormiamo nelle piccole tende o nelle strade, nei giardini etc…Questo significa morire piano, per i bambini, gli anziani e tutti. Ma c’è da svegliare tutto il mondo: la gente qui sta morendo, sono cominciate anche le malattie. Cari, fate qualcosa, non so come, ma fate , perché anche le nostre case adesso sono vuote, hanno rubato tutto, anche quando torniamo troviamo soltanto terra vuota perché tutto è distrutto. Anche noi siamo uomini come voi, dobbiamo vivere in pace. Da quando sono nato, fino ad oggi siamo in guerra: basta, basta! Non è successo nella nostra storia una situazione come questa di scappare senza prendere nulla. Ma siamo contenti che non abbiamo lasciato il cristianesimo. Potevamo vivere in pace nelle nostre case se ci convertivamo all’islam, abbiamo tutto quello che avevamo, ma la fede è più importante di tutte le cose. Grazie a Dio perché lui dà la forza.

Vorrei anche ringraziare il caro don Roberto che sempre cerca di sapere come stiamo e che aiuta tanto noi. Ha mandato anche i soldi per aiutarci: questa è fraternità. E grazie alla parrocchia di Regina Pacis che è la mia famiglia. Siete sempre nel mio cuore

Majeed

 

Con il Papa la preghiera per la pace e per i cristiani perseguitati

A proposito della guerra in Medio Oriente e della preghiera con Abu Mazen e Peres in Vaticano, per il Papa, quell’iniziativa, “nata da uomini che credono in Dio”, “assolutamente non è stata un fallimento”: senza preghiera, non c’è negoziato né dialogo, dunque è stata “un passo fondamentale di atteggiamento umano”. “Credo che la porta sia stata aperta”, ha osservato. “Adesso il fumo delle bombe, delle guerre non lasciano vedere la porta, ma la porta è rimasta aperta da quel momento. E io credo in Dio, io credo che il Signore guardi quella porta e quanti pregano e quanti chiedono che Lui ci aiuti”, ha chiarito. Le emozioni provate incontrando tanti testimoni di sofferenza in Corea sono l’occasione poi per il Pontefice per parlare degli effetti della guerra. Nell’abbraccio con le anziane donne superstiti della deportazione in Giappone nella seconda guerra mondiale, Francesco ha rivelato di aver visto il dolore dell’intero popolo coreano, diviso, umiliato, invaso eppure forte nella sua dignità. Da qui il monito al mondo: “Dobbiamo fermarci a pensare un po’ al livello di crudeltà al quale siamo arrivati” e poi le parole forti sulla tortura, usata, ha detto il Santo Padre, “nei processi giudiziari e dall’intelligence”.

“La tortura - ha evidenziato il Papa - è un peccato contro l’umanità, è un delitto contro l’umanità e ai cattolici io dico: ‘Torturare una persona è peccato mortale, è peccato grave!’. Ma è di più: è un peccato contro l’umanità”. Sollecitato dai giornalisti il pensiero del Pontefice è tornato anche sulla disponibilità al dialogo con il popolo cinese, definito “bello, nobile e saggio”. “La Santa Sede tiene aperti i contatti”, ha affermato Francesco che ha rivelato la voglia di compiere anche subito un viaggio in Cina. C’è stata anche una domanda sul processo di beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador, monsignor Oscar Arnulfo Romero, “sbloccato”, ha spiegato il Santo Padre, che ha espresso l’auspicio che ora, per questo “uomo di Dio”, tutto “si chiarisca e si proceda in fretta”. Poi le immancabili domande sui viaggi previsti nel 2015: è certa la tappa a Philadelphia, per l’incontro mondiale delle famiglie, cui si potrebbero aggiungere New York e Washington. Probabili poi il Messico e la Spagna.

Non sono mancate le tante curiosità dei giornalisti sul privato: la vita “normale” condotta a Santa Marta, le vacanze all’insegna di un “ritmo diverso” di vita con più lettura, più riposo e più musica e infine il rapporto con Benedetto XVI, un rapporto “fraterno” fatto di confronto continuo di opinioni. La scelta che ne fa oggi un Papa emerito “ha aperto”, ha affermato Francesco, una “porta che è istituzionale, non eccezionale”. “Perché - ha sottolineato Papa Bergoglio - la nostra vita si allunga e ad una certa età non c’è la capacità di governare bene, perché il corpo si stanca... ma, la salute forse è buona, ma non c’è la capacità di portare avanti tutti i problemi di un governo come quello della Chiesa. E io credo che Papa Benedetto XVI ha fatto questo gesto dei Papi emeriti. Ripeto: forse qualche teologo mi dirà che questo non è giusto, ma io la penso così. I secoli diranno se è così o no. Vediamo. Ma lei potrà dirmi: ‘E se lei non se la sentirà, un giorno, di andare avanti?’. Ma, farei lo stesso! Farei lo stesso. Pregherò, molto ma farei lo stesso”.


 

Cari fratelli e sorelle,

domani ricorre il centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, che causò milioni di vittime e immense distruzioni. Tale conflitto, che Papa Benedetto XV definì una “inutile strage”, sfociò, dopo quattro lunghi anni, in una pace risultata più fragile. Domani sarà una giornata di lutto nel ricordo di questo dramma. Mentre ricordiamo questo tragico evento, auspico che non si ripetano gli sbagli del passato, ma si tengano presenti le lezioni della storia, facendo sempre prevalere le ragioni della pace mediante un dialogo paziente e coraggioso.

In particolare, oggi il mio pensiero va a tre aree di crisi: quella mediorientale, quella irakena e quella ucraina. Vi chiedo di continuare a unirvi alla mia preghiera perché il Signore conceda alle popolazioni e alle Autorità di quelle zone la saggezza e la forza necessarie per portare avanti con determinazione il cammino della pace, affrontando ogni diatriba con la tenacia del dialogo e del negoziato e con la forza della riconciliazione. Al centro di ogni decisione non si pongano gli interessi particolari, ma il bene comune e il rispetto di ogni persona. Ricordiamo che tutto si perde con la guerra e nulla si perde con la pace.

Fratelli e sorelle, mai la guerra! Mai la guerra! Penso soprattutto ai bambini, ai quali si toglie la speranza di una vita degna, di un futuro: bambini morti, bambini feriti, bambini mutilati, bambini orfani, bambini che hanno come giocattoli residui bellici, bambini che non sanno sorridere. Fermatevi, per favore! Ve lo chiedo con tutto il cuore. E’ l’ora di fermarsi! Fermatevi, per favore!

(Angelus del 27 luglio 2014)

 

 

Cari fratelli e sorelle,

Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle Comunità cristiane a Mossul (Iraq) e in altre parti del Medio Oriente, dove esse, sin dall’inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società. Oggi sono perseguitate; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro. A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera. Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane. Vi esorto, inoltre, a perseverare nella preghiera per le situazioni di tensione e di conflitto che persistono in diverse zone del mondo, specialmente in Medio Oriente e in Ucraina. Il Dio della pace susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione. La violenza non si vince con la violenza. La violenza si vince con la pace! Preghiamo in silenzio, chiedendo la pace; tutti, in silenzio…. Maria Regina della pace, prega per noi!

(Angelus del 20 luglio 2014)



VEDI ANCHE: