«Non si sa cosa ci ritenga dall'’entrare nel vivo della vita italiana e perché si debba essere come in margine»: 50 anni fa l'Ecclesiam suam di Paolo VI

Difficile comprendere lo sguardo velato di sommessa preoccupazione, anche se incrollabilmente fisso nella certezza che Cristo salva la sua Chiesa, che Montini sembra rivolgere alla Chiesa prossima alla conclusione del Concilio Vaticano II. Con Ecclesiam suam, primissima enciclica di Paolo VI, di cui ricorre in questi giorni il 50esimo dalla promulgazione (6 agosto 1964, mentre il 7 agosto è il bicentenario della riabilitazione dei gesuiti, e papa Francesco è un gesuita), il papa succeduto in corso d’opera all’ideatore del Concilio sembra quasi voler trattenere per il lembo delle loro casule i fratelli cardinali, riuniti nei palazzi vaticani a definire i pronunciamenti sui rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno. Un trattenere che pesca lontano, su quel crinale che ancora non sembrava del tutto aver perso la vertiginosità rivelatasi «con il dissidio nato nelle lotte del Risorgimento e nella catastrofe di un mondo e di una mentalità nel 1870».

Monsignor Del Luca, fondatore delle Edizioni di Storia e Letteratura, amico intimo di Giovanni Papini e di molti altri intellettuali, credenti e non, del secolo scorso, così commentava la percezione tragica che l’autocoscienza cattolica e romana aveva di sé. Ma concludeva altrettanto puntualmente: «Non si sa cosa ci ritenga dall’entrare nel vivo della vita italiana e perché si debba essere come in margine». L’essere in margine era esattamente la condizione di tutta una schiera di personaggi cresciuti all’ombra di un’istituzione, la Chiesa, che un tempo si poneva come una “garanzia” per una acquisizione di status o comunque di credibilità e che, dopo i fatti risorgimentali, facilmente primeggiava nel farsi riconoscere per la assenza di curiosità, limitazioni culturali e mancanza di spregiudicatezza censurabile dai laici in termini di sufficienza, pusillanimità, disprezzo.

D’altro lato il mondo moderno, per De Luca, era sempre più il mondo delle endiadi secondo cui l’uomo, l’artista, il creatore, si sentiva semplicemente un «io più cristianesimo». «Il pullulare, agli inizi del XIX secolo, di correnti mistiche e sedicenti religiose frutto di un “entusiasmo sacro” alla Nietzsche, esempi di una secolarizzazione del sacro, altro non facevano che puntare sul primo elemento dell’endiadi: l’io». De Luca proclamava che «la ricomposizione della scissione non poteva essere affidata all’incerto rischio della mistica, del sentimento religioso o della “poesia”. Intesi come quei tentativi spontaneistici di “unione tra se stessi e Cristo direttamente”, tipico di gruppi e associazioni di cui ha pullulato il XX secolo, connotati dal non determinato ma reale rischio di voler superare il povero ma insostituibile compito affidato alla Chiesa. Quello cioè di serbare intatte quelle poche dottrine di Cristo, usare quei pochi canali ordinari della grazia (sacramenti) e di salvare in unità i credenti che, essendo essa fondata sulla Tradizione, a lei sola compete». E proprio questo punto, con affabilità ma decisamente, Montini sottolineerà nella sua Ecclesiam suam.

L’aspetto “tragico” su cui, forse, il Concilio propriamente avrebbe dovuto esprimersi, stava tutto nella condanna della tendenza puramente “difensiva” di tanto “ecclesiasticismo”. Uno stile e una preoccupazione difensiva nata forse per il fatto «di essersi persi dietro le astrazioni umanitarie di origine anticristiana e laica che hanno ingombrato da fine Settecento per tanto tempo uomini e nazioni». D’altro canto Montini, assistente nazionale della Fuci per 7 anni e grande sostenitore dell’Azione Cattolica nonché fondatore delle Acli, strumenti operativi pensati dalle organizzazioni del laicato cattolico e della stessa curia, nel 1964 stava amaramente rendendosi conto di come avessero finito per caratterizzarsi come una troppo evidente imitazione del modo di operare degli avversari e sembrassero esprimere più l’esigenza di occupare degli spazi che non una chiarezza di fini da proporsi.

In quel lontano 6 agosto 1964 – ma nella Chiesa tutto è sempre vicino – papa Paolo VI si rivolge ai confratelli radunati in Concilio esprimendo quasi l’ombra di un triste presagio: «Il fascino della vita profana oggi è potentissimo. Il conformismo sembra a molti fatale e sapiente. Chi non è ben radicato nella fede e nella pratica della legge ecclesiastica pensa facilmente essere venuto il momento di adattarsi alla concezione profana della vita, come se questa fosse la migliore, quella che un cristiano può e deve far propria. Questo fenomeno di adattamento si pronuncia tanto nel campo filosofico quanto nel campo pratico, dove diventa sempre più incerto e difficile segnare la linea della rettitudine morale, e della retta condotta pratica».

La stessa vicenda per cui nemmeno vent’anni prima Montini aveva sostenuto la nascita della rivista Humanitas all’interno della sua amata editrice Morcelliana. Humanitas, scrive Montini, «rivista nata da un’appassionata aderenza alle inquietudini naturali, dalla dolorosa domanda di questo tempo» come «presa di contatto profonda del pensiero cattolico coi problemi del pensiero moderno e con le sue posizioni ideali», manifestava un disagio della cultura cristiana che in realtà non poteva non andare oltre il tema del confronto tra cattolicesimo e pensiero moderno. Ai cattolici mancava propriamente un “respiro lungo”, consapevole del suo passato, non identificabile tout court con quello di cui per troppi anni era stata depositaria una gerarchia impaurita.

Se il pensiero cattolico doveva essere messo sullo stesso piano di quello cosiddetto “moderno”, cioè un pensiero alla stregua di altri, era forse una conseguenza la legittimazione della predica cristiana, tipico di tanto associazionismo, come una specie di propaganda ideologica e politica. Già allora emergeva la propensione degli uomini di Chiesa – come a suo modo negli anni Settanta sottolineerà Pasolini – a non saper promuovere una cultura. Cultura che non si irrigidisse a ragionare per “dilemmi” ma si ponesse invece dei problemi, ed evitasse così di ottenere come unico esito un «contorcimento in cui la “religiosità” non riusciva a tradursi in “religione”».

Il compito di cogliere, subito dopo la guerra, l’opportunità per riempire il vuoto che il crollo del totalitarismo aveva prodotto, quasi provvidenzialmente, di una società atea e liberale la cui cultura era tutta imbevuta di idealismo, sfumò drammaticamente a causa del prevalere dell’attività organizzativa su quella culturale. Un’impostazione che impedì di riattirare a una sapienza umana profonda, quella della Chiesa, la cultura laica e, quindi, di riproporre la centralità della stessa nel mondo moderno. In questo noi cattolici in Italia ci siamo espressi con la legittimazione di un partito, la Dc, sottovalutando che era diventata soprattutto il referente nazionale di una borghesia irreligiosa e corrotta, trasformatrice di una forma in una formula, senza alcun guadagno dal punto di vista culturale.

Emblema di questa sconfitta culturale fu la piccola ma sintomatica vicenda, dieci anni dopo l’Ecclesiam suam, del gesuita americano Robert Drinan. Che da eletto al Congresso americano si spese in pieno per la difesa della posizione filoabortista del partito democratico. Posto davanti alla questione di come questa sua scelta si ponesse rispetto alle sue responsabilità di sacerdote della Chiesa cattolica e alla sua netta rivendicazione in difesa della vita, Drinan risponderà che «la legalizzazione dell’aborto era una questione del tutto differente da quella della mia moralità».

Carla Vites dal sito di Tempi