Andare alla radice del problema: la missione della Chiesa oggi

Papa Francesco, a conclusione del Sinodo straordinario sulla famiglia ha affermato che: "Essendo un cammino di uomini, con le consolazioni ci sono stati anche altri momenti di desolazione, di tensione e di tentazioni, delle quali si potrebbe menzionare qualche possibilità:

- una: la tentazione dell' irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti - oggi - "tradizionalisti" e anche degli intellettualisti.

- la tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei "buonisti", dei timorosi e anche dei cosiddetti "progressisti e liberalisti".

- la tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf.Gv 8,7) cioè di trasformarlo in "fardelli insopportabili" (Lc 10, 27).

- la tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio.

- la tentazione di trascurare il "depositum fidei", considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall'altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano "bizantinismi", credo, queste cose".

Dal tema della famiglia fino alle questioni etiche di cui si discute da mesi, che cosa c'è in gioco? E come si arriva alla radice della questione?

Ci sembra interessante a questo proposito la lettera di una lettrice della rivista Tracce e la relativa risposta del direttore

 

Caro direttore,

ho letto l’editoriale di Tracce di novembre e sono molto sorpresa per la povertà di contenuti. Innanzitutto non condivido il giudizio dato all’inizio, relativo alle cosiddette "sensazioni strane" che, a suo dire, affiorerebbero dalla lettura di blog, siti vari o quant’altro. Ebbene, le mie "sensazioni", che preferirei chiamare "disagio", derivano dalla lettura diretta dei testi ufficiali del sito del Vaticano, e lo stesso vale anche per altri amici che provano le stesse "sensazioni". È sconcertante che un profondo disagio, che Carrón ha in tante occasioni considerato come una risorsa, sia da lei giudicato in modo così superficiale e grossolano. Se io ed altri amici viviamo questo disagio, evidentemente le ragioni sono ben più profonde dell'aver letto qualche blog. Le chiedo di partire da una maggiore stima di fondo nei confronti dei suoi lettori.

Mi permetto anche di contraddire quando lei scrive del ritrovarsi spiazzati: «Ormai capita spesso quando si toccano questioni legate all’etica e ai cosiddetti “nuovi diritti”. Come se, per il fatto stesso di discutere di certi temi in modo aperto, la Chiesa corresse il rischio di smarrire la rotta” oppure “solo a sentirne parlare - o a vedere in atto la ricerca di "forme nuove", come al Sinodo - scatta il riflesso condizionato della resistenza, dei timori, della paura di perdere quel tesoro».

Non sono affatto spiazzata. Mi spiazza piuttosto che il suo giornale ne abbia parlato così poco!!! Neppure ho paure, timori o riflessi condizionati quando si toccano certi temi. Infatti, io ed altri amici discutiamo apertamente di questi temi ormai da tempo tra noi, con gente di Chiesa e non. Piuttosto, le chiedo: come mai il suo giornale ne ha parlato così poco e in modo parziale in questo ultimo anno e mezzo? Sarebbe stato opportuno anche spiegare in modo chiaro e approfondito di cosa, veramente, si tratti. Come lei saprà bene, il termine “nuovi diritti” nasconde una realtà oscura, malvagia e pervasiva che si sta introducendo nelle nostre vite senza quasi trovare ostacoli. È in atto un vero e proprio attacco alla persona a partire dal progetto di rieducazione dei nostri bimbi alla "teoria del gender". Bisogna essere chiari quando si parla di questi temi, e non mi biasimi se questa è una delle ragioni del mio disagio.

Sul tema della famiglia purtroppo c’è un clima di grande confusione e, sinceramente, leggendo alcuni testi del Sinodo, non ho trovato quella sperata chiarezza di giudizio che ha sempre caratterizzato la Chiesa. Cosa c'entra il fatto che le persone omosessuali si aiutino tra loro all’interno della coppia quando a tema c’è la famiglia? È quanto riportato nella famosa relazione, poi in parte “aggiustata” dalla Sintesi del 16 ottobre e ripresa, poi, in altri documenti di lavoro. Anche questo dà ragione al mio disagio.

Allora, se una moglie e madre di famiglia, che va avanti tra mille difficoltà, in un contesto politico e sociale radicalmente ostile e circondata da un clima terribilmente confuso, dovesse sentire una indicibile ferita leggendo di temi come i “nuovi diritti” in certi termini, mi permetta, non è perché sia impaurita e inconsapevole di Chi è al timone della storia, ma semplicemente perché è una donna che ama, con fedeltà assoluta, quella realtà semplice e primordiale iscritta nel proprio cuore come impronta indelebile di Dio e che, purtroppo, si va via via offuscando davanti ai nostri occhi.

Per quanto riguarda il cosiddetto confronto, è verissimo «che i duemila anni di storia cristiana sono pieni di momenti di confronto anche molto più serrato di quanto si vede ora». Ma il problema di adesso non è il fatto che qualcuno tema il dialogo, come lei afferma. Al contrario, anzi: di questi momenti adesso ce ne sono pochissimi proprio poiché si tende ad "annacquare" i giudizi su ciò che accade rendendo poco significativo il confronto tra posizioni diverse. Don Giussani non si è mai risparmiato nell'esprimere giudizi su quanto accadeva. E proprio in forza di essi nascevano dialoghi e confronti interessanti, in grado di arricchire le nostre coscienze.

A proposito, invece, della disponibilità «a cercare forme o modi per comunicare con un linguaggio comprensibile la perenne novità del cristianesimo»: se lei con questo vuole significare di dover accettare indistintamente tutto ciò che accade in modo acritico, beh mi sembra un’interpretazione alquanto superficiale e infantile. Crede veramente che il Papa voglia intendere questo? Don Giussani, ancora, ci ha sempre invitati ad una seria e impegnata critica che lui stesso ha sempre considerato con un’accezione profondamente positiva. Inoltre, cosa dire di omofobia, fecondazione eterologa, liberalizzazione delle droghe... Anche questo fa parte del nuovo linguaggio? La prego vivamente di approfondire ed aiutare anche noi a capire che cosa veramente intenda dire il Papa con “forme nuove”. Altrimenti si incorre nell’errore di formulare giudizi gravi nei confronti di persone drammaticamente impegnate con la vita.

Infine, mi riferisco alla citazione di don Giussani, quando lui parla della «ricerca evolutiva, proprio per la di lei natura di “corpo”, divino sì, ma anche umano, cioè incarnato nel tempo e nello spazio»: non credo intendesse dire che andava tutto bene. Anzi, lui era il primo a gridare la verità quando vedeva che essa veniva offuscata, anche all’interno della Chiesa. O forse pensa che don Giussani avesse dubbi su Chi fosse al timone della storia? Allora la prego di citarlo facendo lo sforzo di addentrarsi nella profondità delle sue parole, così da evitare di riportare frasi in modo strumentale semplicemente per avvallare una determinata posizione.

Non mi resta che dirle che io e altri amici stiamo pregando per lei e per il movimento, offrendo il nostro disagio. Perché il Signore ci possa mantenere sulla via della verità. E questo, mi permetta direttore, non è mai scontato ma va sempre umilmente mendicato.

Con affetto

Gabriella, un'amica

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Cara Gabriella,

anzitutto grazie per la sua mail. È segno di un'affezione non scontata. Mi scuso se il tono di quell’editoriale l’ha infastidita. Quelle «sensazioni strane che lei preferisce chiamare disagio» io le ho chiamate «spiazzamento». In tutta onestà, non mi pare ci sia una grande differenza. Come pensavo fosse chiaro anche il fatto che quello spiazzamento, quando non sfocia in schemi triti (conservatori-progressisti) o in certe polemiche, è «più che comprensibile», e dice qualcosa di vero. Insomma, non credo si possa parlare da parte nostra di giudizio «superficiale e grossolano». Ma se lei lo ha percepito così, è motivo sufficiente per chiederle scusa. Lo faccio volentieri.

Quello che francamente non capisco, però, è il merito delle osservazioni che ci fa.

Anzitutto, l’accusa: di «questioni legate all’etica e ai nuovi diritti», secondo lei, abbiamo parlato «così poco!!!».

Sono andato a rivedere gli ultimi numeri. Solo da questa estate in poi, abbiamo parlato di fecondazione eterologa (Lorenza Violini, n. 7), liberalizzazione delle droghe (sempre sul n. 7), aborto in Spagna (n. 9); abbiamo raccontato la vicenda di Valentina, la ginecologa alle prese con le sfide aperte nel campo della sessualità (n. 9); abbiamo intervistato il cardinale Angelo Scola sulla famiglia, dialogo in cui una buona parte verteva proprio sulle questioni dei cosiddetti “nuovi diritti” (n. 8); abbiamo ovviamente parlato del Sinodo…

Ma soprattutto, come avrà visto, abbiamo pubblicato almeno tre “Pagine Uno” - cioè il centro, il cuore del giornale - in cui si affrontava direttamente la questione. A cominciare da quella di marzo sull’Europa e il “nuovo inizio” (con relative interviste successive a diversi personaggi, tanto per allungare l’elenco).

A conti fatti, non mi pare che di queste vicende ce ne stiamo occupando poco. Il problema vero credo sia un altro. Ovvero, come ne stiamo parlando. Cercando di andarne alla radice. Di capire perché questi cosiddetti nuovi diritti «esercitano una grande attrattiva su molte persone - e per questo si diffondono tanto facilmente -, mentre sono temuti da altri come fattori di distruzione della società», come diceva Julián Carrón proprio in quell’intervento sull’Europa: «Perché questa strana mescolanza di fascino e di avversione?», si chiedeva. E abbozzava una risposta: perché «ciascuno di essi nasce in ultima istanza da esigenze profondamente umane. Il bisogno affettivo, il desiderio di maternità e di paternità, la paura del dolore e della morte, la ricerca della propria identità eccetera. Ciascuno di questi nuovi diritti ha le sue radici nel tessuto di cui ogni esistenza umana è costituita». Distorta, ridotta, piegata, ma umana. «Di qui la loro attrattiva. Il moltiplicarsi dei diritti individuali esprime l’aspettativa che l’ordine giuridico possa risolvere i drammi umani e assicurare soddisfazione ai bisogni infiniti che abitano il cuore».

Glielo dico con molta onestà: non so in quanti giornali - che pure magari riempiono più pagine di noi a dibattere su questi temi - o in quali ambiti di discussione si arrivi fin qui. Fino alla radice della questione.

E glielo chiedo con franchezza: arrivare fin qui è evitare il problema («annacquare i giudizi su ciò che accade», come dice lei) o prenderlo davvero di petto, cercare di capire «in modo chiaro e approfondito di cosa veramente si tratti», come ci chiede?

Di «confronto tra le posizioni diverse» sono pieni i giornali da tempo. Ed è buono e giusto che accada, perché non è tutto uguale, ci mancherebbe. Ma vogliamo restare a dire soltanto (badi bene: soltanto) cose giuste sulle conseguenze etiche di questo smarrimento, ad organizzare la resistenza a quella «realtà oscura, malvagia e pervasiva che si sta introducendo nelle nostre vite senza quasi trovare ostacoli», o vogliamo portare il confronto sulla questione radicale, sul vero terreno di battaglia, cioè sul perché, come lei stessa scrive, «quella realtà semplice e primordiale iscritta nel proprio cuore come impronta indelebile di Dio si va via via offuscando davanti ai nostri occhi»?

Questo è il punto. E su questo le chiedo di guardare con serenità al contributo che - con tutti i nostri limiti - stiamo cercando di dare con il nostro lavoro. Certe evidenze di fondo si sono smarrite. E non è appellandosi (giustamente, insisto) ad esse che questo offuscamento può essere spazzato via. Non è «ripetendo la dottrina» che ci si può attendere che la dottrina vinca automaticamente, come ricordava proprio il cardinale Scola in uno dei nostri servizi.

Allora, da dove si può ripartire per curare il tumore? Che cosa può permettere di recuperare quelle evidenze? E a che serve la fede, in questo?

Lei ci chiede di «aiutare a capire che cosa veramente intenda dire il Papa con forme nuove».

Io non so darle definizioni. Ma quando si testimonia (come nel caso della storia di Valentina) che cosa significhi accompagnare dal di dentro l’esperienza dell’uomo a riscoprire evidenze che non sono più percepite come tali, si sta annacquando qualcosa o si stanno in qualche modo esplorando «forme nuove» di annunciare Cristo?

E qui siamo all’ultimo punto. Quello che proprio non capisco, ma che mi sembra in qualche modo all’origine delle sue obiezioni.

Ma perché accorgersi e dire che il problema è più radicale della contrapposizione dottrinale, del «giusto-sbagliato», dovrebbe implicare una confusione su cosa sia giusto e cosa no, un «annacquamento del giudizio», appunto?

Nessuno dice che l’errore sia diventato buono.

Nessuno dice che non si debba dire e indicare il vero.

È che l’uomo, oggi, fa infinitamente più fatica a riconoscerli. E non è solo ripetendo cosa è vero che si scalfisce questa fatica.

«Se lei con questo vuole significare di dover accettare indistintamente tutto ciò che accade in modo acritico, beh mi sembra un’interpretazione alquanto superficiale e infantile». Infatti, non «significo» questo. E onestamente non vedo nemmeno che cosa le faccia immaginare che io lo pensi. È proprio il contrario. A meno che non si aspettasse randellate e vade retro sui contenuti del Sinodo, che fino a prova contraria sono ancora un work in progress. O di pensare che la Chiesa e il Papa, attraverso quel dibattito, stiano «offuscando la verità».

Sulle citazioni di Giussani e sullo «sforzo di addentrarsi nella profondità delle sue parole» o sulla «strumentalità del riportare le sue frasi», mi perdoni, ma chi legge vede, e capisce. Mentre io non capisco perché mi attribuisca questa malizia.

In questo vedo, sì, una sua intenzione polemica, ma forse mi sbaglio.

E comunque le sue preghiere, mi creda, valgono molto di più di qualsiasi incomprensione. Perché so che sono vere e la ringrazio di cuore.

Le ricambio, con altrettanto affetto

Davide Perillo

 

Una vera trasformazione ecclesiale in chiave di missione

Un cambiamento di mentalità pastorale, per “aumentare la nostra capacità di dialogare con le diverse culture”, “valorizzare” la religiosità dei popoli, condividendo pane e Vangelo con i più poveri. È l’esortazione di papa Francesco ai partecipanti al Congresso internazionale della pastorale delle grandi città. Fotografando gli agglomerati urbani di oggi, il Pontefice ha notato come ci sia bisogno di “riposizionare i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti”, in modo da non “rimanere disorientati”, confondendo poi anche “il popolo di Dio”. La proposta del Papa allora è “una vera trasformazione ecclesiale”, in chiave di missione: “Un cambiamento di mentalità: dal ricevere all’uscire, dall’aspettare che vengano all’andare a cercarli. Per me questa è la chiave! Uscire per incontrare Dio che abita nella città e nei poveri. Uscire per incontrarsi, per ascoltare, per benedire, per camminare con la gente. E facilitare l’incontro con il Signore. Rendere accessibile il sacramento del Battesimo. Chiese aperte. Segreterie con orari per le persone che lavorano. Catechesi adatte nei contenuti e negli orari della città”.

La Chiesa, ha ricordato, viene “da una pratica pastorale secolare”, in cui “era l’unico referente della cultura”: quindi, ha aggiunto, “ha sentito la responsabilità di delineare, e di imporre, non solo le forme culturali, ma anche i valori”. Ma, ha constatato, non siamo più in quell’epoca:

“È passata. Non siamo nella cristianità. Non più. Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, ma non di una ‘pastorale relativista’, che per voler esser presente nella ‘cucina culturale’ perde l’orizzonte evangelico, lasciando l’uomo affidato a sé stesso ed emancipato dalla mano di Dio”.

Un dialogo pastorale senza relativismi, ha quindi spiegato, è quello che “non negozia la propria identità cristiana, ma che vuole raggiungere il cuore dell’altro, degli altri diversi da noi, e lì seminare il Vangelo”. L’invito - rifacendosi agli insegnamenti di Benedetto XVI - è a “imparare a suscitare la fede”, risvegliando “la curiosità e l’interesse per Gesù Cristo”, mediante una Chiesa samaritana: con la testimonianza che essa saprà dare, assieme a ogni cristiano: “Con la testimonianza possiamo incidere nei nuclei più profondi, là dove nasce la cultura. Attraverso la testimonianza la Chiesa semina il granello di senape, ma lo fa nel cuore stesso delle culture che si stanno generando nelle città”.

 

La visita in Turchia

Il Papa va in Turchia, l'Ecumene sorride e Ankara abbozza. Il bilancio di papa Bergoglio per la sua tre giorni nel Paese della Mezzaluna è senza dubbio il più roseo possibile. Al presidente Recep Tayyip Erdogan non è rimasto altro che volgere la visita nel modo più utile alla Turchia.

Il viaggio del Pontefice partiva da un invito inviato da Bartolomeo I lo scorso marzo, a cui Erdogan ha dato immediatamente seguito una volta divenuto Capo di Stato, lo scorso agosto. Francesco è stato il quarto Papa a visitare la Turchia dopo Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma questa missione aveva un valore speciale sia per quanto riguarda il fronte ecumenico, sia quello più propriamente politico e diplomatico.

Quest'anno infatti si festeggia il cinquantesimo anniversario della ripresa del dialogo fra cattolici e ortodossi. È trascorso mezzo secolo da quando, a Gerusalemme, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, abbracciò papa Paolo VI. Quello con Bartolomeo I è stato un incontro molto caloroso. Il capo della Chiesa di Oriente e quello della Chiesa di Occidente si conoscono da anni. L'obiettivo è chiaro: continuare sulla strada del dialogo e del riavvicinamento insieme, ognuno con i sui riti, i suoi dogmi e le istituzioni, e cercare di colmare il divario dello Scisma del 1054. In questo senso vanno collocate le parole di papa Bergoglio alla messa al Patriarcato ortodosso di Costantinopoli: «Voglio assicurare a ciascuno di voi che, per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme», ha detto papa Francesco. Concetto ribadito anche nella Dichiarazione congiunta con Bartolomeo I, nella quale si legge: «Esprimiamo la nostra sincera e ferma intenzione in obbedienza alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, di intensificare i nostri sforzi per la promozione della piena unità tra tutti i cristiani e soprattutto tra cattolici e ortodossi».

Il Pontefice e il Patriarca, però, hanno lanciato anche la promozione a un «dialogo costruttivo con l'Islam, basato sul mutuo rispetto e l'amicizia». E hanno aggiunto: «Come leader cristiani, esortiamo tutti i leader religiosi a proseguire e a rafforzare il dialogo interreligioso e a compiere uno sforzo per costruire una cultura di pace e di solidarietà fra le persone».

Parole fortissime e, a proposito di dialogo, il vero punto della situazione è capire come verranno accolte, nei fatti pratici, dall'altro soggetto del dialogo, ossia dal mondo musulmano. In testa la Turchia, che ha ospitato il viaggio del Paese e che, anche se la livello sempre più teorico, rimane un Paese candidato all'ingresso in Unione Europea.

Papa Francesco è arrivato nel Paese della Mezzaluna in una apparente posizione di maggiore tranquillità rispetto al suo predecessore, Benedetto XVI, il cui soggiorno in Turchia era stato reso particolarmente difficile dalle polemiche sull'interpretazione scorretta e distorta del discorso di Ratisbona. Il clima generale era più rilassato. A parte il quotidiano islamico a tiratura limitata Milli Gazete, che il giorno prima del suo arrivo ha pubblicato una prima pagina con su scritto «Hos Gelmedin» («Non sei benvenuto»), tutti gli altri hanno aspettato le parole del Pontefice, prima di giudicarlo.

I commenti sul suo discorso durante l'incontro con il Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, sono entusiastici. Le rigide misure di sicurezza hanno impedito a papa Francesco di intrattenersi con le decine di fedeli che lo aspettavano vicino all'ex Basilica di Santa Sofia. E nella capitale, pur in una condizione di estrema gentilezza da parte delle autorità turche, il clima è rimasto freddo fino al suo discorso. Papa Bergoglio è stato lodato dalla stampa per i suoi modi semplici e spontanei e per la scelta di girare ad Ankara su una Passat e a Istanbul su una Renault. Una distanza siderale con il presidente Erdogan, che proprio in queste settimane è stato molto criticato per il suo nuovo palazzo presidenziale, dal costo esorbitante di 600 milioni di dollari. Ma ad attirare la simpatia di tutti i media, non importa l'orientamento politico, è stato il messaggio di pace lanciato all'Islam.

Ibrahim Kalin, uno degli uomini più vicini a Erdogan, ha usato il viaggio di Francesco per criticare indirettamente Benedetto XVI e nel suo editoriale di commento al primo giorno del Papa in Turchia ha scritto: «Papa Francesco arriva in Turchia con un'agenda simile a quella di Benedetto XVI, ma con toni e atteggiamenti molto differenti. Mentre Benedetto era un teologo prima di ogni altra cosa, Francesco è uomo di azione e umiltà».

Quello che Kalin non ha considerato, è che rispetto al 2006, quando Ratzinger visitò la Turchia, sono cambiati, e di molto, anche i toni del presidente Erdogan. Ad appena ventiquattr'ore dall'arrivo del Papa, il Capo di Stato non ha esitato a lanciare una vera e propria invettiva contro l'Occidente interessato solo soldi dei musulmani. Nel suo discorso ufficiale, non ha esitato a riproporre i temi che gli stanno più a cuore, ossia la caduta del dittatore siriano alawita, Bashar al-Assad, e del presidente egiziano al-Sisi, nel secondo caso criticando indirettamente lo stesso Pontefice, che lo aveva ricevuto pochi giorni prima a Roma.

Una situazione paradossale, che il quotidiano di opposizione Cumhuriyet ha sintetizzato con il titolo «Dal Papa la preghiera, da Erdogan il rimprovero». Poche parole che stigmatizzano gli atteggiamenti diversi dei due uomini e forse anche i loro obiettivi. Da una parte papa Francesco che cerca il dialogo con l'Islam, dall'altra la Turchia, che da tempo è entrata a pieno titolo nelle lotte non solo fra Islam sunnita e sciita, ma anche nella guerra fra fazioni all'interno dei sunniti e che ambisce a diventare un Paese di riferimento nella regione. Rimane, fortissimo, il dubbio su chi sia veramente in grado di accogliere questo invito al dialogo del Pontefice.

 

( da www.tracce.it)