Cl: venerdž 21 messa di anniversario di don Giussani. L'omelia del Vescovo

Venerdì 21 febbraio alle 19.15 nella chiesa di San Filippo Neri, il vescovo, mons. Livio Corazza, celebrerà la messa per il 15esimo

anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani e per l’anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione. La messa sarà celebrata secondo l’intenzione suggerita da don Julian Carron, presidente della Fraternità di Cl: “Affinché, fedeli al carisma di don Giussani nell’appartenenza alla vita della Santa Chiesa, possiamo assecondare l’invito di papa Francesco a seguire Gesù, ascoltare ogni giorno la sua chiamata che ci raggiunge attraverso i Suoi testimoni. Offrendo la nostra esistenza per il Papa e i nostri fratelli uomini, domandiamo allo Spirito che l’incontro con Cristo diventi sempre

più l’orizzonte totale della nostra vita e la forma vera di ogni rapporto”.

 

L'omelia di mons. Corazza

“A che serve fratelli miei se uno dice di avere fede ma non ha le opere? Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demoni credono e tremano! Vedete l’uomo è giustificato per le opere non solo per la fede…”.

Nella prima lettura, san Giacomo insiste su uno dei temi a lui cari: il legame fra fede e opere. È un appello alla coerenza e alla concretezza. “non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa ….”

Questo legame tra fede e vita era stato colto dallo stesso don Giussani, ascoltando le parole di un suo professore di liceo, che durante una lezione relativa al prologo del Vangelo di Giovanni (successivamente Giussani denominerà questo episodio “il bel giorno”) disse così: «Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne. Perciò la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l'amore, la vita, la verità s'è fatta carne: l'essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi». La fede ha bisogno di farsi carne, vita…

Mi hanno colpito queste parole, sembrano quasi anticipare quelle di papa Francesco contenuta nell’esortazione apostolica Querida Amazonia:

“Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestino meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi.

E da questo appello all’incarnazione il Papa propone “I quattro grandi sogni che l’Amazzonia mi ispira: sogno sociale, ecologico, culturale ed ecclesiale”.

Anch’io coltivo dei sogni di uomo e di cristiano: sogno una vita umana per me e per tutti, umanamente piena. Ricca di relazioni, di misericordia, di bontà. Sogno una chiesa di vera fraternità, qui e nel futuro. Sogno una società dove le opportunità non dipendano dal luogo o dalla famiglia di nascita.

E il vangelo chiarisce ancora meglio questi pensieri.

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.”

Il Signore ci invita a prendere, ad assumere la croce. Non ad evitarla. È un bel mistero. Qual è oggi la nostra croce? E da dove viene questa croce? Vi dico subito, io non credo affatto che le croci le mandi Dio. È la più grave tentazione ed il pensiero più cattivo che abbiamo, quello di pensare che Dio ci mandi le croci.

Dio non manda le croci. No, lo ripeto con forza, Dio non manda le croci: ce le manda la vita, gli altri e anche noi stessi, a volte. Gesù stesso non è andato in cerca della sua croce. Ma, nello stesso tempo, non si è tirato indietro. L’ha presa, non l’ha respinta… Nel vangelo Gesù sta dicendo ai suoi, che lo hanno riconosciuto come Messia, di essere un Messia diverso da quello che tutti si aspettano, di essere disposto a parlare del vero volto di Dio pagando di persona, arrivando fino in fondo, fino a morire.

La nostra vita si misura dalla capacità di farla diventare un dono per gli altri, non si misura dai risultati conseguiti, non dalle legittime soddisfazioni affettive e lavorative, ma dallo spendersi per il Regno.

Ma, allora, qual è oggi la nostra croce?

Il papa parla di fine della cristianità. Ed è una constatazione che lascia angosciati. Sì, cari fratelli, talvolta ci chiediamo se con la fine della cristianità, finisce anche la fede cristiana. E qualcuno, con lo sguardo o con dei cenni, lascia trasparire questo dubbio: che cosa resterà, qui, della fede cristiana?

Mi vengono in mente i cristiani del Libano e anche i cristiani della Bosnia, quando, incontrandomi, mi domandavano con angoscia: dobbiamo restare o partire? C’è un futuro per la fede, qui, dove siamo nati e vissuti? O il nostro futuro è altrove? E non sapevo cosa rispondere… se rimanere o partire.

Voglio rispondere subito a questa domanda. Sì, il se la fede nel Signore Gesù ha un futuro dipende da Lui, ma anche da noi, dalla nostra fede, non dipende da chi non crede.

E ci viene in aiuto l’intenzione di preghiera proposta quest’anno dove chiederemo “allo Spirito che l’incontro con Cristo diventi sempre più l’orizzonte totale della nostra vita e la forma vera di ogni rapporto”.

Giussani era un innamorato di Cristo, appassionato di Lui, da farlo il centro della sua vita, senza mezze misure. Come diceva Ratzinger, al funerale di Giussani, “prendiamo a cuore questo messaggio, non perdiamo di vista Cristo e non dimentichiamo che senza Dio non si costruisce niente di bene e che Dio rimane enigmatico se non riconosciuto nel volto di Cristo.”

Ecco, cari fratelli e sorelle, ringraziamo il Signore per la testimonianza di coloro che, come don Luigi, hanno trovato nel Signore l’orizzonte totale della loro vita.

Voglio concludere ringraziandovi per la vostra testimonianza e incoraggiarvi a continuare ad amare la chiesa. A servirla. E voglio farlo leggendovi un passo della mia lettera al responsabile di CL, al quale ho scritto qualche giorno fa:

“Sono lieto di comunicarLe il nulla osta alla nomina di Valerio, anzi colgo l’occasione per attestare la mia stima nei confronti dell’Avv. Girani per la sua diretta partecipazione alla vita della Comunità diocesana e con lui estendo la mia gratitudine a tutto il movimento di Comunione e Liberazione, nelle sue diverse espressioni, per la testimonianza cristiana che continua a dare nella società e la collaborazione manifestata nel cammino pastorale della diocesi. Diverse sfide ci attendono, e la fraternità intraecclesiale è il punto di partenza per annunciare la presenza di Cristo nel mondo di oggi.” La fraternità come punto di partenza per la fraternità universale.

Il ricordo di don Luigi Giussani sia per tutti l’occasione per ringraziare il Signore per il bene da lui compiuto e per il bene che continua a compiere attraverso di noi.