Per il 50 di sacerdozio del Vescovo: la relazione di mons. Morandi

Il ringraziamento di mons. Lino Pizzi

Carissimi,

grazie a tutti voi sacerdoti e laici che vi siete uniti a me per ringraziare e lodare il Signore per il dono del sacerdozio.

Fare memoria di un anniversario significa celebrare con gioia un dono del Signore: quello del tempo, cioè della vita. Il tempo accolto come dono è sacramento dell’amore di Dio e fa entrare l’esistenza nello spazio del gratuito, dell’amore.

Grazie anche a quanti, singoli e realtà ecclesiali, hanno voluto partecipare - con generi alimentari e con denaro - all’offertorio, segno concreto dell’attenzione della comunità diocesana alle necessità dei poveri.

Su tutti e su ciascuno invoco la più feconda benedizione del Signore.

+Lino Pizzi

 

 

 

“LA FORMAZIONE DEL SEMINARISTA”

appunti per la riflessione

Seminario diocesano di Forlì, 18 giugno 2016

Don Michele Morandi rettore del seminario di propedeutica di Faenza

Introduzione

Saluto con affetto cordiale S. E. Mons. Lino Pizzi, vostro Vescovo e mi unisco davvero volentieri a questo giorno di festa per lui e per questa Chiesa, S. E. Mons. Giuseppe Verucchi, il Sig. Vicario Generale don Pietro Fabbri, i superiori del Seminario diocesano, Mons. Dino Zattini, Don Antonino Nicotra, Don Andrea Carubia, i confratelli presbiteri i propedeuti e seminaristi di questa diocesi e tutti voi intervenuti.

Mi è stato chiesto di riflettere sulla formazione del seminarista. Ho detto subito: “sì” per affetto a questo seminario e al Vescovo ma anche perché è un tema che mi coinvolge molto. Mi occupo infatti, da un po’ di anni, di formazione soprattutto iniziale come Responsabile della Propedeutica Interdiocesana di Romagna e come Rettore del Seminario di Faenza. La domanda sulla formazione dei propedeuti e dei seminaristi, nella mia vita e nel mio ministero, è più che quotidiana.

Voi capite bene quanto il tema sia complesso e complicato e non ho nessuna intenzione di dire cose che esauriscano la riflessione, quanto piuttosto comunicarvi alcune suggestioni che provengono dall’esperienza di questi anni e dall’ausilio di alcuni studi e saggi. Non toccherò minimamente il tema della pastorale vocazionale quindi do per scontato, in questa riflessione, che ci sia qualche giovane che chieda di iniziare un percorso seminaristico.

Il Seminario “cerniera” - “ponte”.

Il seminario, o meglio, il tempo di formazione di un giovane animato dal desiderio di comprendere la propria vocazione ed eventualmente di diventare prete, si pone come “cerniera-ponte” tra due contesti esistenziali fondamentali e due domande radicali. Primo. Chi sono i giovani cristiani cattolici di oggi che chiedono di entrare in propedeutica e in seminario? Secondo. Di quale prete avrà bisogno la Chiesa fra 10 anni? Dico fra dieci anni perché se pensiamo al percorso del seminario che inizia oggi dobbiamo tenere conto che l’eventuale prete verrà “sfornato” fra circa 10 anni e la Chiesa e il mondo che incontrerà sarà quello.

Se faremo bene queste due valutazioni ne uscirà anche un’idea più o meno, spero, corretta di formazione del seminarista o almeno potremo tirare qualche conseguenza. Se sappiamo chi entra in seminario e abbiamo chiari gli obiettivi, possiamo costruire un percorso idoneo.

I giovani che chiedono di iniziare un percorso.

Proviamo a rispondere alla prima domanda: Chi sono i giovani che chiedono di entrare in propedeutica e in seminario?

Mi rifaccio a qualche dato pubblicato da una ricerca dell’Istituto “Giuseppe Toniolo” sui Giovani e la fede in Italia del febbraio del 2016, quindi attualissimo. Sono stati ascoltati ed intervistati solamente giovani battezzati. Il 55,9 % si dichiara cattolico e il 24,1% di questi è praticante settimanale. Quindi in assoluto, i giovani che frequentano l’Eucarestia domenicale, sono il 13,4 %. L’atteggiamento nei confronti della Chiesa è piuttosto critico. Da 1 a 10, il grado di fiducia medio è 4,0 (4,2 per gli uomini e 3,8 per le donne).

I giovani di oggi, dal punto di vista religioso, sono al confine tra due generazioni. Bauman sostiene che nell’epoca attuale siamo “sospesi tra il ‘non più’ e il ‘non ancora’, il nostro è il tempo indecifrabile dell’interregno”

Sono una generazione di mezzo, collocati storicamente tra un modello culturale tipico del passato, tradizionale-istituzionale, e un modello presente emergente e de-istituzionalizzato, che si sta diffondendo in questi anni. Quest’ultimo, concedendo apparentemente maggior libertà all’individuo e rifiutando di esercitare la normatività tipica del modello tradizionale, apre la strada tra i giovani a nuove modalità di vivere la fede.

Il loro, è il travaglio di chi soffre il venir meno di un modello percepito come inadeguato e insoddisfacente e per questo respinto, e vorrebbe trovare un modo nuovo di vivere il rapporto con Dio, la ricerca di una autenticità di vita, la strada verso la speranza e la felicità. Conoscono le forme della religiosità tradizionale, istituzionale, definita: le hanno ricevute dal catechismo, dall’oratorio, in famiglia ecc. Ma non sanno come quelle possano rispondere alle domande che essi portano dentro di sé, esigenti ed inedite. Le tracce di un modo diverso di vivere la fede si fanno strada dentro di loro a fatica, ed è un percorso difficile e rischioso anche perché spesso vivono in solitudine, talvolta in compagnia di adulti che vorrebbero continuare ad essere i maestri di un tempo che non c’è più. Così molti di loro hanno imparato a compiere una selezione tra gli elementi appresi.

I contenuti e le pratiche, i valori come le regole, tutto viene deciso dal singolo, che pesca dalla tradizione come da un serbatoio, prendendo ciò che gli è più utile, lasciando ciò che gli appare inutile, lontano addirittura estraneo. Il legame con la comunità è troppo debole per inserirli e radicarli nella tradizione. Nascono smarrimenti e distanze anche perché convinti che la dimensione della fatica della fede autentica e il travaglio di una ricerca, coincida con la propria incredulità o con il non senso e l’assurdità della fede nella Chiesa.

La cultura digitale ha il suo potente influsso. E’ una fede che si fa sempre più individuale e solitaria e che vive momenti comunitari spesso attraverso la forma dell’identità carismatica.

I giovani sono nomadi, come ogni uomo, ma secondo la logica nuova del multitasking cioè abitano più spazi sociali nel medesimo istante e saltano dall’uno all’altro con una velocità sorprendente, nella ricerca frenetica e a volte disperata di perdere il meno possibile delle esperienze a loro disposizione alla ricerca di quella che possa subito dare pienezza. Esperienze forti che li segnano, ma che non sono collegate fra di loro e che raramente trovano il tempo per essere rielaborate e che difficilmente vengono unificate da un filo rosso che dia senso. Vivono nel presente con una grande provvisorietà e mutevolezza. Un attimo decide la loro vita: non c’è memoria che tenga o futuro che motivi la resistenza. Sono giovani che sanno mettere assieme forme opposte della loro fede e che riescono a mantenere un spettro così ampio di itineranza ecclesiale per nascondersi le fatiche a decidersi per una esperienza che motivi la vita e che, per questo motivo, di fronte ad una scelta compiuta, sono sempre pronti a tenere opzioni di riserva da accarezzare nei momenti di dubbio e incertezza.

Sono giovani che vengono da storie famigliari spesso fragili e ferite, sono giovani di età variabile tra i 20 e i 35 anni.

Questa trama non mortifica i desideri profondi e nemmeno le reali possibilità di crescita e di dono.

Mostrano grande desiderio e bisogno di senso e di una Storia dentro la quale riconoscersi mostrando che la richiesta interiore non è spenta. La cultura mediatica ci insegna, al contrario, che non è necessario avere una storia ma identificarsi con un personaggio, un ruolo che ci permetta di collocarci dentro un contesto scenico del mondo digitale. Questo, a lungo andare, porta i giovani ad un senso di frustrazione per l’impossibilità di istituirsi nell’unicità e nella singolarità del proprio essere personale.

Hanno un grande bisogno di trasfigurazione del presente e hanno bisogno di aprirsi al trascendente. Per questo sono affascinati dal mondo digitale che consente di amplificare le dinamiche simboliche tipiche del processo di crescita. Il cristianesimo apre all’alterità: il carattere trasfiguratore della fede la sua capacità di rendere reali e attive nel presente dimensioni proprie della tradizione, sono proprie della grammatica dei sacramenti.

Senza storia e centrati sul singolo sentono comunque il bisogno dell’altro come sostegno delle proprie emozioni. Sentono l’urgenza emotiva per l’aiuto dell’altro nel bisogno di dono di sé. Ma hanno bisogno di essere guidati a responsabilizzare le emozioni facendo in modo che, categorie come giustizia, lotta contro la povertà, carità ecc.. diventino anche percezione dell’altro e reale esercizio di carità, non solo risposta emotiva.

Questi tre bisogni, che sono forti, sono testimonianza dell’interiore forza dello Spirito Santo che opera. La nostra azione formativa deve saper attingere da questi bisogni, per incarnare questo suggerimento spirituale in modo da evitare che i nostri giovani non siano tanti mondi isolati dentro i quali ognuno celebri il culto del proprio io, in una religione della gratificazione istantanea piuttosto che una fede e una ragione che danno strumenti non solo per abitare la storia ma anche per riorientarla.

Quale prete

Il 16 maggio scorso il Papa all’assemblea generale della Cei, ha pronunciato queste parole che a mio parere sintetizzano bene la figura del prete che la Chiesa desidera e che soprattutto corrisponde alla vocazione e alla conformazione a Cristo Buon Pastore

“Il l segreto del nostro presbitero – voi lo sapete bene! – sta in quel roveto ardente che ne marchia a fuoco l’esistenza, la conquista e la conforma a quella di Gesù Cristo, verità definitiva della sua vita. È il rapporto con Lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio.

Diventa così più immediato affrontare anche le altre domande da cui siamo partiti. Per chi impegna il servizio il nostro presbitero? La domanda, forse, va precisata. Infatti, prima ancora di interrogarci sui destinatari del suo servizio, dobbiamo riconoscere che il presbitero è tale nella misura in cui si sente partecipe della Chiesa, di una comunità concreta di cui condivide il cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato. Questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – richiamava Dom Hélder Câmara – prendi il largo!». Parti! E, innanzitutto, non perché hai una missione da compiere, ma perché strutturalmente sei un missionario: nell’incontro con Gesù hai sperimentato la pienezza di vita e, perciò, desideri con tutto te stesso che altri si riconoscano in Lui e possano custodire la sua amicizia, nutrirsi della sua parola e celebrarLo nella comunità.

Colui che vive per il Vangelo, entra così in una condivisione virtuosa: il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l’attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale.”

Non aggiungo altro e passo al punto successivo.

Il seminario. Quale formazione?

La tentazione sarebbe quella di modificare strutture, prolungare o accorciare gli itinerari. Non penso che debba e che sia, in questo momento, la preoccupazione fondamentale perché, anche se la struttura ha la sua importanza, se si indugia troppo su questa, si rischia di affidarle troppa responsabilità per non prendere noi quella che inevitabilmente dobbiamo prenderci.

Sono convinto, infatti, che la riforma debba essere ben più radicale.

Tenendo conto della lettura sintetica che abbiamo fatto a riguardo dei giovani, e dell’orizzonte verso il qual il Papa e il mondo ci chiedono di guardare, vi espongo adesso, a mo’ di sintesi e conclusione, quelli che a mio parere sono i punti nodali della formazione di un seminarista.

Gli educatori.

La prima grande attenzione deve essere posta nella scelta dei formatori. Troppe volte, il seminario si presenta come un ambiente dove si osserva il candidato per un tempo più o meno prolungato in un’ottica semplicemente valutativa. La valutazione, che non può mancare, deve essere preceduta da un continuo rapporto educativo con i seminaristi. I ragazzi che entrano hanno bisogno di rapporti forti, profondi e liberi con gli educatori che devono stare “fisicamente” accanto ai seminaristi. Non basta l’attesa di chi guarda “da che parte cadrà l’albero…” L’ottica valutativa si appoggia infatti alla fiducia deresponsabilizzante sulla struttura che pensiamo, oggi, abbia ancora la forza di educare e formare. La struttura, oggi, senza la mediazione relazionale con una paternità e maternità degli educator,i non solo è sterile ma risulta dannosa.

Dobbiamo metterci in testa che i seminaristi devono vivere un’esperienza educativa e formativa dove gli educatori devono essere stimolo, provocazione, accompagnamento continuo nella crescita della persona dove, non raramente, i rapporti con i formatori risultano essere la prima autentica esperienza di paternità e maternità sana: rapporti quindi, che diventano addirittura “terapeutici”. Solo dopo questo accompagnamento fiduciale da parte di entrambi i soggetti, è possibile intravedere e valutare una possibile vocazione.

Ne deriva qui un’altra priorità: la personalizzazione dei cammini. Cosa significa? Significa che accorciamo i tempi? Che li lasciamo dormire un po’ di più? Che li facciamo studiar un po’ di meno o uscire un po’ di più? E’ possibile anche tutto questo, ma significa che fermiamo ad adattare i percorsi per portare tutti comunque allo stesso livello. La personalizzazione non è primariamente una modifica della struttura, ma la scoperta dei nodi principali che segnano la vita umana e spirituale del seminarista e lavorare su quelli… è il confronto con una regola comune data dal seminario per condurre il ragazzo a darsi un proprio ordine personale e spirituale; è studiare elaborando una sintesi favorita e certificata nel confronto con i docenti; è una esperienza pastorale per comprendere la circolarità tra teologia e pastorale, tra umanità e spiritualità.

La personalizzazione però, ha un costo alto: l’impegno più assiduo dei formatori. Il modello che adegua il seminario al giovane, comporta ai superiori di verificare che non ci siano troppi problemi nella vita comunitaria e personale. Nel modello della personalizzazione invece, occorrono tempo e calma interiore ed esteriore per ascoltare i ragazzi e guardarli per poter porre loro le domande giuste per un confronto sugli atteggiamenti che, pur non creando grandi problemi, manifestano chiusura, sfiducia. Occorre moltissimo tempo, ma è quello speso meglio. In sintesi, voglio dire che personalizzazione non è nell’essere strani e originali nelle proposte, anche perché non è nel cambio dello schema che si personalizza, ma nel rapporto intrasoggettivo tra formatore e seminarista.

C’è una parabola che mi balza alla mente quando penso alla formazione ed è la seguente.

«Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. Disse dunque al vignaiuolo: "Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercare frutto da questo fico, e non ne trovo; taglialo; perché sta lì a sfruttare il terreno?" Ma l'altro gli rispose: "Signore, lascialo ancora quest'anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai"». (Lc 13,6-9)

Il fico ovviamente è il seminarista, il vignaiolo è il vescovo, l’altro è il bravo rettore (equipe educativa, p spirituale, specialisti) che, attenzione,(!) non allunga i tempi per guardare che fine farà il fico ma, con zappa e letame intensivi, cioè moltiplicando il suo lavoro personalizzato e intrasoggettivo si aprirà la speranza per un raccolto migliore…

Sono convinto che, anche la tempistica lunga, oggi giorno sia legata alla scarsa relazione educativa che si stabilisce con i giovani.

La Continuità e stabilità degli educatori in questo senso, è fondamentale così come la continuità educativa tra propedeutica e seminario, seminario e ministero.

La vita spirituale:

La dimensione spirituale, ben lungi dall’essere solamente un’esperienza teorica o astratta o semplicemente emotiva, si presenta come primaria e basilare. Il “l segreto del nostro presbitero – voi lo sapete bene! – sta in quel roveto ardente che ne marchia a fuoco l’esistenza, la conquista e la conforma a quella di Gesù Cristo, verità definitiva della sua vita. È il rapporto con Lui a custodirlo”, ci ha ricordato il Papa.

Il Seminario oggi, in particolare nei primi anni, si deve porre in un atteggiamento di accompagnamento all’esperienza di fede ponendosi a fianco dei giovani come in un cammino catecumenale e mistagogico. Sono fondamentali tempi prolungati di silenzio e di deserto perché i ragazzi siano condotti a “sentire sulla pelle” la presenza di Dio con i “vuoti” e i “pieni” che essa genera.

La fatica di entrare nell’esperienza spirituale è connessa anche con la scarsissima esperienza che i giovani hanno nel sopportare fatiche e salite. La preghiera, nella sua dimensione di fedeltà e profondità, si presenta come lavoro. Ritengo che preghiera e lavoro fisico vadano pari passo per cui, il lavoro, a mio parere, non può mancare nel tempo del seminario. Lavoro spirituale e lavoro fisico nella loro dimensione di fedeltà, fatica, gratificazione e domanda di senso, si presentano come complementari e si sostengono a vicenda.

La fatica e la fedeltà provocano il deserto che è il luogo specifico nel quale Dio ha scelto di condurre il suo popolo per donarsi a lui. Il deserto non rende le cose più facili, però provoca l’evento che Dio vuole suscitare in ciascuno dei suoi figli. Colui che si avventura nel deserto guidato dallo Spirito, fa esperienza che la luna di miele è breve e ben presto Dio si sottrae e l’uomo si stanca e si scoraggia facendo esperienza della sua povertà e impotenza. In numerosi campi si sviluppa questa debolezza, ma soprattutto nel punto più debole dove si è sguarniti e dove rimane solo una sola speranza: quella di abbassare finalmente le armi e di capitolare davanti a Dio, cioè di abbandonarsi alla sua misericordia, accettando di cedere il testimone alla Grazia nel luogo e nel momento preciso in cui si era sul punto di sprofondare. Qui si sperimenta la grazia dolcissima e consolante di Dio, ci si inizia a fidare.

Nel tempo della formazione questo deve avvenire: sentire che Dio ci ha salvato la vita. Non si dimentica più! Se questo non è avvenuto nel tempo della formazione, ammettere all’ordinazione è un grande rischio. (esempio di S Teresa d’Avila).

La formazione deve aiutare i giovani ad entrare nel deserto! Non dobbiamo lasciarli soli (ma rimanendo nascosti) godere con loro dell’esperienza salvatrice del Dio che finalmente diventa il “loro Dio”.

In sostanza, dal punto di vista umano, far accettare che la fatica non è segnale di error,e ma di crescita e di dedizione. Montini scriveva: “Il calcolo del minimo sforzo, l’arte di evitare le noie, il sogno di una solitudine dolce e tranquilla, la scusa della timidezza, l’incapacità sorretta dalla pigrizia, la difesa del dovuto e non più, gli orari protettivi della propria e non dell’altrui comodità… (1959)” erano i pericoli dei preti di quel tempo…ora?

Esperienza di Chiesa.

Il seminario deve essere esperienza di Chiesa e la prima esperienza deve essere di fraternità e comunione tra i diversi soggetti: Vescovo, educatori, laici e consacrati, uomini e donne.

Esperienza di Chiesa, non significa gironzolare per la diocesi o conoscere centomila esperienze, ma fare una seria esperienza ecclesiale che nel tempo della formazione è data dal seminario inserito in una Chiesa locale. Gli educatori, devono a mio parere curarsi che non manchino, all’interno degli attori della formazione le diverse presenze che ho elencato e che siano realmente coinvolti in un seminario che è una comunità, anche perché i giovani devono sempre più capire e sentire che la chiamata è ecclesiale e che, anche se è il vescovo a chiamare, egli è l’espressione sacramentale della comunione della Chiesa locale.

La capacità relazionale con i formatori, tra pari e tutte gli altri, il Papa ce lo ha ricordato, deve essere un reale criterio di discernimento. Nei nostri seminari i ragazzi vivono ancora in gran parte a regime individualista a causa della cultura dominante, ma anche per una impostazione che non considera la capacità di apertura e relazionale, un criterio essenziale per la vocabilità del soggetto.

Aprire dei canali!

Intendo dire che i seminaristi che entrano non sono tutti uguali ed hanno doti, esperienze, attitudini, doni che li caratterizzano. A volte, sono elementi che neppure i soggetti stessi ne sono a conoscenza. Nella fase educativa è necessario far affiorare e far sviluppare queste attitudini perché sono vie che conducono il soggetto ad aprirsi, sbloccarsi e fiorire umanamente e spiritualmente. Se non si aprono queste porte, i giovani restano bloccati e non saranno in grado di esprimersi in una reale oblazione di sé. Possono essere doti artistiche, intellettuali, fisiche… dobbiamo accompagnarli a viverle, esprimerle in modo che un giorno siano anche capaci, per obbedienza rinunciarvi… in questo vanno messi alla prova.

Evangelicità del servizio.

La vita dei giovani deve essere educata al servizio che significa “andare e fare ciò che serve. lì dove ti hanno mandato”. In questo, vanno davvero accompagnati personalmente verificando soprattutto sul campo le motivazioni per uscire dalla mentalità clericale dell’escalation continua dove un prete o fa carriera secondo le categorie mondane o non vale.

Dal punto di vista delle competenze.

Se la dimensione teologica viene molto curata, ritengo gravemente lacunosa la conoscenza di alcuni elementi fondamentali pedagogici e psicologici. I futuri pastori saranno coinvolti in prima persona nella guida di comunità che avranno bisogno di impostare cammini educativi – formazione - direzione spirituale personali che necessitano di queste competenze.

Competenze amministrative.

I nostri preti devono uscire dal seminario con le competenze amministrative di base e devono essere formati ad una cultura della legalità. Non significa che dovranno loro fare i bilanci ma che sapranno cogliere anche dalla gestione dei beni l’evangelica occasione di diffondere la Buona Novella al mondo.

Comunicazione e mass-media.

Le dinamiche della cultura tecnocratica e mass-mediatica, impongono ai nuovi pastori, il corretto e cosciente utilizzo delle nuove tecnologie che tanto incidono nel disegnare nuovi profili antropologici.

Evangelizzatori: le esperienze pastorali.

Ho già precisato che le esperienze non debbano essere molte ma significative: il prete del futuro deve essere un evangelizzatore insieme alla sua comunità. Per cui non si dovrà aver paura di far fare ai seminaristi esperienze lunghe e stabili anche in contesti di nuova e prima evangelizzazione.

Conclusioni:

La mia proposta di una struttura del seminario, ma è solo per dare una griglia, non è nuova: Il periodo propedeutico, che difficilmente può essere meno di due anni, lo ritengo utile in ordine alla conoscenza dei nodi significativi dei soggetti in modo che si possa aiutare la persona a costruire una personalità di fede e umana che regga un’eventuale ministero ordinato. Si dovranno evitare incasellamenti clericali e/o pastorali.

Il primo biennio dovrà mettere a fuoco la vocazione al presbiterato diocesano per cui non dovranno mancare anche esperienze pastorali ordinarie nel fine settimana.

Dopo la candidatura, un anno intero di un’esperienza pastorale significativa e intensa, anche all’estero in paesi di nuova o prima evangelizzazione

Gli ultimi tre anni, dovranno essere caratterizzati da un consolidamento degli elementi acquisiti e da una progressiva autonomizzazione della vita di preghiera, di gestione del tempo, del denaro degli spazi e delle relazioni

Dal seminario non escono preti e uomini già fatti come se la vita dopo fosse priva di grazie e storia per completare l’opera che Dio ha iniziato in ciascuno, ma il mio auspicio sarebbe che dal seminario uscissero preti che abbiano fatto un’esperienza profonda di fede, innamorati di Dio, un’esperienza seria di Chiesa e di pastorale, una conoscenza sintetica del dato della fede e delle scienze necessarie, perché accompagnati da guide sagge e autorevoli avranno imparato a tenere aperti canali, a vivere legami responsabili, ad obbedire e, per il Regno di Dio, a fare fatica.