La testimonianza di don Roberto Rossi alla veglia per i missionari martiri

Durante la veglia per i missionari martiri che si è svolta venerdì 31 marzo nella basilica di San Rufillo a Forlimpopoli don Roberto Rossi ha raccontato il suo viaggio tra i profughi di Mosul, in Iraq dove si è recato dal 2 al 7 novembre 2016

Non mi sarei mai aspettato di avere la possibilità di andare a Qaraqosh, la grande città abitata un tempo dai cristiani e che ora è completamente deserta e distrutta. Siamo riusciti ad andare a così pochi giorni dalla cacciata dell'Isis, da quello che possiamo dire “liberazione” ma che in fondo è una riconquista di una città deserta, distrutta, incendiata, ridotta in macerie dalla furia terribile dell'Isis. E’ stata una grande esperienza toccante e commovente. Ho accolto come un dono di Dio la delicatezza che mi hanno usato e l’opportunità che mi hanno offerto gli amici vescovi e sacerdoti portandomi con loro a visitare le chiese e le case in quello stato così desolante. E’ stata una cosa commovente entrare nella grande cattedrale, profanata, rovinata, incendiata, perché resta pur sempre il segno e il luogo della fede e della fortezza della testimonianza dei nostri fratelli cristiani perseguitati. Sono rimaste le colonne quasi a indicare la solidità di questi cristiani di fronte a qualunque persecuzione e a qualunque distruzione. Lì ho potuto celebrare la Messa, assieme un gruppetto di cristiani, con i due vescovi, una suora e poche altre persone, tutti tenuti al sicuro dalla presenza dei militari che sempre ci hanno seguiti, assistiti, accompagnati perché il nostro “pellegrinaggio” non fosse turbato da qualche grave problema. Abbiamo cercato di pregare con fede e con amore baciando quella terra profanata, ma santa; abbiamo lodato il Signore e ringraziato perché dà la possibilità e la speranza di poter tornare in questa terra di martiri. Abbiamo pregato perché torni la pace, perché i nemici cessino di compiere tanto male perverso, perché come dice il Vangelo e come ripetono sempre quei cristiani “questi nemici non sanno quello che fanno”. “Perché tutto questo male? – ci si chiede - perché questa distruzione, questo scempio? perché questo odio alla fede cristiana e alla dignità umana?” Davvero percorrendo le strade di Qaraqosh abbiamo toccato con mano quanto è avvenuto: tutte le case distrutte e incendiate, il centro bombardato e ridotto in macerie, le chiese ridotte in rovina. Quanto dolore, quanta rovina! Ma quanta fede concreta! Una donna cristiana irachena è riuscita ad andare a Qaraqosh dopo la liberazione, di fronte alla sua casa completamente distrutta, dice “grazie a Dio” e prendendo in mano una pietra tra le macerie dice: “siamo cristiani, nel nome di Gesù, io perdono tutti”. Altri affermano: “Abbiamo perso tutto, ma ringraziamo Dio: non abbiamo perso la fede. Padre perdonali…” Un giovane sacerdote, che vive accanto all’anziano vescovo che porta sul volto i segni del martirio del suo popolo disperso, mi confida la sua donazione: “Non abbiamo rimasto nulla, ma anche Gesù sulla croce, non aveva più niente”. Vogliamo anche noi sostenere la loro speranza e la loro forza d’animo per ritornare alla loro città, per ricostruire le case, le chiese, la vita… in quell’amore di Dio che vuole trasformare la storia.