Mons. Livio Corazza stato ordinato vescovo. Il testo del primo discorso

Sabato 17 marzo, la cattedrale di Concordia Sagittaria, ha accolto 14 vescovi, oltre cento sacerdoti e un migliaio di persone che hanno partecipato alla messa solenne durante la quale il nuovo pastore della diocesi di Forlì-Bertinoro ha ricevuto la consacrazione episcopale. La pioggia battente non ha guastato il clima di festa alla quale erano presenti anche 100 forlivesi con il vescovo uscente, mons. Lino Pizzi, 16 sacerdoti, con il vicario generale mons. Pietro Fabbri, il direttore della Caritas, Sauro Bandi, una delegazione di giovani con il responsabile diocesano don Andrea Carubia, il sindaco di Forlì, Davide Drei, il presidente della Fondazione Carisp, Roberto Pinza, il direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna, Alessandro Rondoni e altri giornalisti.

Presiedeva la celebrazione il vescovo di Concordia-Pordenone, mons. Giuseppe Pellegrini e accanto a lui mons. Lino Pizzi, mons. Claudio Cipolla vescovo di Padova e mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna. “Ti consegno tre immagini bibliche, il buon samaritano, il buon pastore e il servo, che descrivono la natura del tuo nuovo ministero - ha affermato mons. Pellegrini nell’omelia rivolgendosi all’ordinando - fatti compagno di viaggio delle persone che incontrerai. Il dono di te stesso sia il criterio di verifica del tuo servizio episcopale per essere la piccola fiamma che, pur non illuminando tutta la realtà, è capace di illuminare i passi di chi incontri”.

Dopo l’omelia ha avuto inizio la liturgia di ordinazione. Don Germano Pagliarani, che mons. Corazza ha voluto accanto a sé durante la cerimonia come prete forlivese di più recente ordinazione, ha chiesto, così prevede il rito, a nome della sua diocesi la consacrazione del nuovo vescovo e mons. Pietro Fabbri ha letto il mandato di nomina di papa Francesco. Interrogato da mons. Pellegrini l’ordinando ha assunto gli impegni del suo ministero, si è disteso a terra mentre venivano cantate le litanie dei Santi e in ginocchio ha ricevuto l’imposizione delle mani sul capo dai vescovi presenti che hanno poi recitato la preghiera di ordinazione.

Dopo l’unzione sul capo e la consegna del libro dei Vangeli, dell’anello, della mitra e del pastorale mons. Corazza si è seduto sulla cattedra episcopale e ha scambiato il segno di pace con gli altri vescovi poi ha attraversato la navata e il piazzale della Cattedrale per benedire i fedeli.

Al termine della messa l’omaggio della diocesi di Concordia-Pordenone che per mano del vicario generale, mons. Orioldo Marson, ha donato a mons. Corazza alcune reliquie dei martiri Concordiesi. Un’ultimo applauso è stato richiesto dall’arcivescovo di Bologna, mons. Zuppi, per ringraziare mons. Lino Pizzi “dei suoi molti meriti”.

Intanto è riapparso il sole e dopo la messa la festa è continuata con il pranzo nel salone parrocchiale durante il quale mons. Corazza, già a suo agio nelle vesti episcopali è passato a salutare tutti gli ospiti unendosi anche al canto di “Romagna mia”.

 

 

Il primo discorso del nuovo vescovo: la scelta preferenziale per i poveri e una Chiesa sinodale

Al termine della cerimonia di consacrazione mons. Corazza ha fatto il suo primo discorso da vescovo. Un emozionato e commosso ringraziamento ai genitori, Gina e Gigi, già in cielo, alla sorella, a don Franco e agli altri fratelli, alle comunità parrocchiali di cui ha fatto parte, agli educatori e ai compagni di seminario, alle parrocchie dove ha svolto il suo ministero, agli operatori dei servizi diocesani di cui è stato incaricato, ai Vescovi che ha conosciuto e con cui ha collaborato, ai confratelli presbiteri e alla diocesi di Forlì-Bertinoro. Pubblichiamo il testo integrale.

 

Il mio primo pensiero va alla mia famiglia, che mi ha donato tanto amore e mi ha trasmesso la fede, con la parola e, soprattutto con l’esempio, in modo semplice, schietto, solido:

ai miei genitori, Gina e Gigi, che hanno saputo tirare su una famiglia numerosa e intraprendente,

ai miei fratelli e a mia sorella che mi sono sempre stati vicini, offrendomi incoraggiamento e sostegno, ma anche un confronto sincero e, talvolta, critico.

Un grande grazie alle comunità parrocchiali di cui ho fatto parte (senza mai spostarmi di casa):

• la parrocchia di san Marco, dove sono stato battezzato e dove è sbocciata la mia vocazione; da lì sono partito, accompagnato da don Basilio, per il Seminario;

• la parrocchia delle Madonna delle Grazie, retta dai padri Vallombrosani, dove ho vissuto gli anni giovanili e sono stato ordinato presbitero;

• la parrocchia di Cristo Re, che allora muoveva i primi passi e dove ho celebrato la mia prima Messa, nello scantinato della scuola di via Goldoni, assistito da don Romano.

Il seminario per me è stato una vera scuola di vita comune e di formazione. I compagni di allora li sento ancora oggi vicini come fratelli. Abbiamo preso strade diverse, ma siamo rimasti uniti. Lo stesso vale per gli educatori e gli insegnanti. Molti di loro hanno lasciato una traccia significativa, sono stati importanti e stimolanti.

E poi un grazie alle comunità in cui ho svolto il mio servizio pastorale: Maniago, dove sono diventato diacono, il 1° maggio 1980, Porcia, Fiume Veneto, Orcenico di sotto. Tanti anni di servizio ma anche di maturazione e di crescita. Ho ricevuto molto di più di quello che ho dato. Ho toccato con mano, anche in queste settimane, l’amicizia e la profondità delle relazioni nate in quei luoghi.

Un pensiero del tutto speciale va alle parrocchie di Concordia, di Sindacale e di Teson in cui ho svolto la mia prima esperienza di Parroco e ho contribuito a far nascere l’Unità pastorale. Sono arrivato dopo mons. Pierino e mons. Pierluigi, raccogliendo una eredità impegnativa. E prima ancora: Rosin, Janes, Frasanchin e il card. Celso Costantini. Il Signore mi è stato vicino, soprattutto attraverso tanta gente, buona, generosa, sincera e fedele a Dio e alle necessità di oggi. Sono stati solo 80 mesi, ma ricchi di esperienze intense e forti, che lasciano il segno, almeno dentro di me. Avrò modo anche domani di ringraziarli.

La mia riconoscenza va anche agli operatori dei Servizi diocesani che mi sono stati affidati negli anni:

• il Servizio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro, a cui mi avevano preparato, in verità le diverse esperienze di lavoro stagionale al tempo degli studi teologici;

• il Servizio della Migrantes e soprattutto quello della Caritas diocesana. È stata un’esperienza straordinaria, che mi ha messo a contatto con tanti collaboratori e volontari, dove ho imparato il gioco di squadra e mi ha offerto la possibilità di incontrare tante persone che avevano bisogno. Ognuna di esse è stata un mondo da scoprire e da amare, il volto di un Dio che cerca pane, lavoro e casa, ancora oggi. E’ nei poveri che Dio stesso si manifesta.

Caritas italiana mi ha poi consentito di andare oltre i confini del nostro Paese per realizzare una fraternità che non ha limiti e barriere.

Ringrazio la mia Chiesa diocesana, che mi accingo ora a lasciare. Una Chiesa che amo e alla quale ho dedicato fin qui il mio tempo e le mie energie, con passione e fede, senza mai tirarmi indietro. Chiedo scusa per le delusioni che posso aver fatto nascere e, naturalmente, per le molte omissioni.

La mia riconoscenza va ai Vescovi che ho conosciuto e con cui ho collaborato:

• al vescovo Abramo che mi ha ordinato presbitero e mi ha seguito nei primi anni di ministero;

• al vescovo Sennen che mi ha chiamato a lavorare per la Caritas diocesana;

• al vescovo Ovidio che mi ha accompagnato sempre con stima e con animo fraterno;

• al vescovo Giuseppe che mi ha chiamato da Roma per affidarmi le parrocchie di Concordia e ha contribuito a lanciarmi in questa nuova avventura.

Ai miei confratelli presbiteri, la cui amicizia mi è particolarmente preziosa, mi permetto di raccomandare solo una cosa: non perdete entusiasmo nell’annunciare il Vangelo. Oggi ce n’è ancora più bisogno di ieri. L’entusiasmo non dipende dall’età ed è il solo capace di attrarre i giovani e portarli ad incontrare il Signore Gesù, luce e guida della nostra vita.

PER EDUCARE UN VESCOVO CI VUOLE UNA DIOCESI, UN POPOLO. Se in me vi è qualcosa di buono, il merito è di tanta gente. Grazie chiesa di Concordia - Pordenone.

E adesso mi ritrovo con un pastorale in mano, un anello al dito, una croce grande da portare sempre al petto, una mitria sulla testa: sposo di una Chiesa nuova, che ha origini antiche, Forum Livii. Chi l’avrebbe mai detto! Davvero le vie del Signore sono infinite!

Davanti ai miei occhi c’è una pagina bianca, nuova, che mi preparo a scrivere assieme ai cristiani della Diocesi che mi è stata affidata.

Sono certo di poter contare, come sempre, sulla vicinanza del Signore e sulla prossimità di tante persone buone, pazienti e generose, che ho già incominciato a conoscere e ad amare.

Abbiamo da pochi giorni festeggiato i primi 5 anni dalla elezione di vescovo di Roma di Papa Francesco. Lo voglio ringraziare per avermi scelto. Gli avrei voluto bene anche se non mi avesse nominato vescovo…

Papa Francesco ha voluto guardare a me per la bella Chiesa di Forlì - Bertinoro, una Chiesa che vive le stesse gioie e le stesse speranze, le stesse difficoltà e gli stessi problemi di tutte le Chiese che sono in Italia e nel mondo.

Leggo dentro questa nomina del Papa l’invito a continuare con lo stile e con le scelte che hanno contraddistinto fin qui il mio ministero, in particolare la scelta preferenziale per i poveri e per una chiesa sinodale.

Ripartire dagli ultimi è il punto di vista del Signore, ed è certamente uno degli aspetti più importanti del cammino della nuova evangelizzazione, contando naturalmente sulla ricchezza storica, culturale, di persone, di relazioni che ogni Chiesa, in maniera diversa, regala a chi ne diventa il pastore.

Un’immagine mi accompagna, quella che a Taizé viene chiamata “l’icona del Maestro e del discepolo”. L’originale si trova al Museo del Louvre di Parigi e proviene da un monastero dell’Alto Egitto.

Raffigura Gesù assieme all’abate del monastero. L’atteggiamento di Gesù, che posa il suo braccio sulle spalle dell’abate, esprime la tenerezza del Maestro che accompagna il discepolo nel suo cammino. E tuttavia lo stesso braccio di Gesù, visto assieme allo spazio scuro che lo separa dal discepolo, rappresenta distintamente una croce.

Gesù assicura, dunque, la sua presenza fedele, ma non sottrae chi lo segue all’esperienza della croce: essa rappresenta un punto di passaggio ineludibile. E’ proprio, portando questa croce che il discepolo arriverà alla risurrezione.

Grazie ai fratelli vescovi del Triveneto e dell’Emilia Romagna e grazie a tutti coloro che ci seguono per televisione. Grazie della vostra presenza amica e orante.

Come sapete, il motto che ho scelto, come stella cometa che mi accompagna è: in Te Domine speravi. Inizio con tanta fiducia e speranza. Sono nelle mani di Dio e spero, per sempre nei vostri cuori. Mandi (ndr "nelle mani di Dio" in dialetto friulano).

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