Presentati i nuovi risultati delle indagini sulle reliquie di San Mercuriale

Sono stati presentati domenica 20 ottobre, nell'abbazia di San Mercuriale, gli ultimi risultati delle indagini sulle reliquie del primo vescovo di Forlì.

Il progetto si studio che ha preso avvio con la ricognizione scientifica del 19 settembre 2018, è nato grazie ad una proficua collaborazione tra ricercatori ed istituzioni con Mirko Traversari, antropologo fisico, responsabile del progetto, il gruppo Ausl Romagna Cultura e la Diocesi di Forlì-Bertinoro, con il contributo del Lions Club Forlì-Cesena Terre di Romagna. I primi risultati erano già stati resi noti anno fa e nel maggio scorso: le ossa appartengono ad un uomo alto un metro e 60 centimetri, dell’età di 50 anni, di corporatura non particolarmente robusta, che soffriva di osteoporosi. La ricostruzione digitale del volto lo presenta con uno sguardo mite, con un profilo fortemente caratterizzato da un naso importante e lievemente asimmetrico.

Dalle ultime analisi si deduce che la dieta di San Mercuriale era a base di cereali come il frumento, non di cereali poveri come sorgo o miglio. Inoltre, in base ad alcuni valori isotopici si può ipotizzare che le proteine della sua alimentazione provenivano principalmente da animali terrestri; il pesce era scarsamente consumato. Il suo regime alimentare era probabilmente ad alto contenuto proteico: carne e latticini venivano consumati in buona quantità.

Dallo studio isotopico si deduce che San Mercuriale non sia vissuto nello stesso luogo in età infantile ed in età adulta. Probabilmente proveniva da una località posta in una zona mediamente più calda rispetto alla città in cui egli ha trascorso gli ultimi anni dalla sua vita: questo riporta ad una ipotetica provenienza nord medio orientale dell'individuo e probabilmente era armeno.

“L’analisi genetica delle reliquie condotte dall’Università di Bologna - afferma Traversari - ha permesso di attribuire le diverse reliquie conservate in varie chiese del centro storico, ad un unico individuo; non ci si è potuti spingere oltre a causa dell’alta frammentarietà del filamento del Dna, che è inoltre apparso fortemente degradato”.



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