La testimonianza di padre Armando Zavatta condannato ai gulag staliniani

Dodici anni nel paradiso sovietico è il titolo del libro autobiografico di padre Armando Zavatta, sacerdote bertinorese, missionario in Russia, dove fu condannato, dal 1944 al 1954, a 10 anni di lavori forzati nei gulag staliniani. Il libro stampato per la prima volta nel 1955 è stato ora rieditato per interessamento di don Agostino Fornasari, parroco di San Rufillo, che conobbe padre Armando al suo ritorno dalla Russia.

Padre Armando era nato a Sciaffusa, in Svizzera, dove era emigrato il padre che era poi tornato a Bertinoro. Armando entrò nel seminario diocesano e passò poi a quello dei francescani a Longiano, da cui uscì per motivi di salute. Così a 16 anni lasciò la famiglia e tornò in Svizzera in cerca di lavoro. A Sciaffusa l’incontro con un sacerdote romeno ortodosso riaccese in Armando il desiderio della missione ed entrò così nel seminario di Arad in Romania dove venne ordinato sacerdote nel 1939, a 24 anni. Il 20 gennaio 1942 padre Zavatta partì per Odessa in Ucraina e fu inviato come missionario a Bolshoi Fontan dove riaprì la chiesa, che i russi avevano trasformato in una fabbrica di giocattoli e iniziò il suo ministero pastorale. Nel 1944 i tedeschi lasciarono Odessa e padre Zavatta per non abbandonare la sua gente si nascose per diversi giorni nel cimitero. Il 9 aprile i russi rientrarono ad Odessa e il 24 maggio padre Armando fu arrestato con l’accusa di essere una spia del Vaticano e condannato a 10 anni di lavori forzati. Iniziò il suo pellegrinaggio nei gulag sovietici dal Circolo Polare artico alla Siberia, dagli Urali all’estremo Oriente. Il calvario, che lui stesso descrisse nel suo libro, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1955. Padre Armando racconta dell’apostolato tra i prigionieri nelle terribili condizioni del gulag: le messe clandestine nascondendo l’eucarestia in una scatola di fiammiferi, le confessioni al buio dopo aver fatto saltare, d’accordo con gli altri sacerdoti, l’impianto elettrico, il canto “Noi vogliam Dio…” intonato ad alta voce per farsi riconoscere e poter avvicinare altri italiani. Il calvario che toccò anche a padre Pietro Leoni, originario di Premilcuore, anche lui missionario ad Odessa e condannato, dal 1945 al 1955, a dieci anni di gulag (vedi link; cfr. Pietro Leoni di Mara Quadri e Alessandro Rondoni, La Casa di Matriona). Nel 1954 arrivò la notizia della liberazione di 18 italiani tra cui padre Armando e il 15 gennaio suo padre poté riabbracciarlo alla stazione di Tarvisio. Armando aveva 39 anni, ma sembrava vecchio, con un polmone fuori uso e l’altro intaccato dalla silicosi. A Bertinoro fu accolto con gioia, subito fu assediato dai giornalisti e soprattutto dalle spose e dalle mamme che volevano notizie dei loro cari dispersi in Russia. Nel 1956 padre Zavatta ritornò in Svizzera dove continuò il suo ministero con vari incarichi tra i quali quello di cappellano nella clinica di Brissago dove morì improvvisamente nel 1976, a 60 anni e dove è sepolto.



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