Dai nostri missionari: padre Leonardo Amadori da 45 anni in Tanzania

Padre Leonardo Amadori, francescano cappuccino, originario di Sant’Agostino del Corniolo, dove è nato il 5 giugno del 1941, da 45 anni è missionario in Tanzania.

Lo incontriamo a Forlì, a casa della sorella Franca, dove è venuto per un periodo di riposo. “L’inizio del mio cammino vocazionale - racconta padre Leonardo - è avvenuto per uno di quei casi che solo il Signore conosce nel suo disegno. Alla fine della quinta elementare sono andato in vacanza da una zia, a Ponte a Poppi vicino ad Arezzo. Con lei, terziaria francescana, andavo ogni giorni nella chiesa dei cappuccini, dove c’è anche il seminario dei francescani. Vedevo i ragazzi che già vivevano lì ed è nato anche in me il desiderio di entrare”. Così nel 1952 padre Leonardo inizia la sua formazione, nel 1961 fa la professione solenne e il 10 luglio 1966 viene ordinato sacerdote.

Il 26 ottobre del 1967 parte per la Tanzania dove, nel 1963, l’aveva preceduto un altro cappuccino forlivese, padre Egidio Guidi. Dal 2002 padre Leonardo è parroco a Pugu, a 25 km da Dar es Salaam: “La parrocchia, dedicata a San Francesco d’Assisi, nel 1887 è stata il centro della evangelizzazione di quel territorio. Oggi la maggioranza della popolazione è di religione musulmana e i cristiani sono una minoranza. I cattolici sono circa 9 mila e la parrocchia serve altre 6 comunità. Pugu inoltre è stata anche il centro delle attività sociali e politiche che, sotto la guida di Julius Nyerere, primo presidente della Tanzania, hanno portano nel 1962 alla indipendenza della Nazione, senza spargimento di sangue. Di Nyerere, che negli anni ’50 era insegnante nella scuola della nostra missione, è stato aperto il processo di beatificazione”.

L’impegno principale di padre Amadori è la cura della vita ordinaria della parrocchia e delle altre 6 comunità: “L’idea che ci guida è evangelizzare in profondità - continua il missionario - in particolare attraverso le piccole comunità, formate da 10-15 famiglie che vivono in relazione stretta tra di loro, aiutandosi fraternamente nel cammino della vita e della fede. Sono luoghi di preghiera, di ascolto della parola di Dio, ma anche di confronto sui problemi sociali e politici e della comunità. La parrocchia di Pugu, senza contare le altre comunità, ne ha 65, che si radunano almeno settimanalmente, quando c’è il sacerdote celebrano i sacramenti e portano a tutti vitalità e entusiasmo”.

Tra gli altri problemi che il missionario deve considerare ci sono la presenza delle sette protestanti e il rapporto con i musulmani: “Le piccole comunità aiutano anche ad affrontare la sfida del proliferare delle sette che hanno un forte potere di attrazione e grande impegno di proselitismo. Con i musulmani non ho mai avuto difficoltà particolari, nei nostri confronti c’è rispetto, ma rimane anche una certa diffidenza”.

La comunità di padre Leonardo si sta impegnando anche nella costruzione di una scuola professionale, il St. Francis Tecnical College in cui si potrà accedere alla laurea breve in materie tecniche come ingegneria elettrica e una scuola materna che prevede la realizzazione di tre aule per un centinaio di bambini, servizi, cucina e magazzino e un capannone per le riunioni, la chiesa e la casa per i religiosi in una delle comunità che prresto diventerà parrocchia autonoma. Si sta cercando ancora di risolvere il problema dell’acqua al quale in parte si porrà rimedio con la raccolta dell’acqua piovana.

“Quello che ho imparato in 45 anni di missione - conclude padre Amadori - è soprattutto la bellezza della fraternità e la gioia di stare con le persone. E poi l’importanza della formazione dei cristiani. Quando torno in Italia ho sempre l’impressione di una certa superficialità. E’ vero si amministrano i sacramenti, ma si dà poca importanza alla responsabilità e alla libertà delle persone e delle famiglie. In Tanzania non si amministra il battesimo ad un bambino se la famiglia non partecipa alla vita della comunità cristiana. Il seme della fede deve essere piantato un terreno adatto: se uno accoglie e risponde, karibu, benvenuto tra noi”.

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