21/9/2019 Omelia di mons. Corazza a Sirmione

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Con commozione ho la gioia di presiedere qui a Sirmione, insieme con voi, la santa messa in memoria di Beata Benedetta!

Ringrazio il Parroco che mi ha invitato, ringrazio mons. Zenti, che ha accolto con gioia la proposta di un gemellaggio fra le nostre diocesi, nel segno di Benedetta. Con il tempo lo concretizzeremo, ma già ci sono stati due momenti importanti: la sua partecipazione alla messa di beatificazione e la mia a questa messa.

La celebrazione eucaristica è celebrazione della riconoscenza nei confronti del Signore, che continua a fare grandi cose in mezzo a noi e santo è il suo nome. Grandi cose ha fatto il Signore in Benedetta.

Benedetta è nata a Dovadola, luogo che ora ne raccoglie lo spoglie mortali, ma ha vissuto gli ultimi anni della sua vita qui a Sirmione ed è qui che ha cessato di vivere, per aprire gli occhi e correre e danzare finalmente nei prati del cielo.

Grazie a tutti coloro, anche fra di voi, che fin da subito hanno creduto nelle sue virtù eroiche, riconosciute ora dalla chiesa, e ne hanno custodito la memoria.

Chi ha incontrato Benedetta da viva o attraverso i suoi scritti, non è rimasto indifferente.

Benedetta non lasciava indifferente nessuno. Eppure era immobile, cieca e sorda. Meno agiva fisicamente, più cresceva e penetrava nell’animo delle persone.

Ma in che cosa era grande Benedetta? Era grande nella fede.

Sono otto giorni che la chiesa l’ha proclamata beata. E ne siamo felici. Ma, attenzione, non è così facile rivolgersi a lei chiamandola beata.

Cosa vuol dire: beata? Vuol dire che ora è beata presso Dio? Che gode della visione diretta del volto di Dio? Che è in Paradiso?

Certamente sì. Benedetta vive ora tutto questo.

Ma non dimentichiamo che quando la chiesa riconosce una cristiana beata, significa che nella sua vita è diventata beata. Lo rimarco, beata nella sua vita terrena.

La preghiamo per le nostre ferite e le nostre malattie, ma la chiesa ce la propone soprattutto per seguirla sulla strada della gioia e della consolazione.

Sì, cari fratelli e sorelle di Sirmione, terra di Catullo e ora di Benedetta, terra di conflitti e guerre storiche e placido paese sulle sponde del lago di Garda, Benedetta è campionessa di gioia e di amore.

Se agli occhi nostri balza la sua sofferenza e l’elenco delle sue malattie e infermità è lungo come una via crucis, la sua santità emerge nell’amore verso Dio e i fratelli, nella gioia gustata anche nella sofferenza.

Ha saputo vincere la sofferenza non solo con le medicine, ma con la fiducia nel Dio della vita e dell’amore.

A fine maggio ’63, scriveva la mamma Elsa a suor Alberta Simionato, che è stata insegnante di Benedetta: «È serena nel Signore. Vive pregando, cantando, dettando lettere agli amici, vive in una maniera più angelica, che umana. …. È felice di poter morire senza un peccato mortale, ma anche in questo stato dice di amare la vita con il suo sole, con i suoi fiori, con la sua pioggia. È di un’ubbidienza e di una umiltà che sconcerta, che edifica. È forte, dolce, sicura. Dov’è passata, lascia un ricordo di sé che impressiona. Ma non vuole sentirlo dire, perché dice che le lodi sono solo tentazioni. Io non sono più addolorata per questo stato di salute di mia figlia. Ma la guardo umilmente, indegnamente, come si guardano i santi in chiesa».

Proprio perché viveva la gioia del cuore, nonostante le sofferenze, sapeva anche confortare gli altri. Scriveva a un certo Umberto:

«Come vorrei che Lei, Umberto, trovasse un po’ di quella pace che io posseggo. Non si affanni, non si domandi “Dov’è?” Non cerchi Dio lontano: perché è vicino a Lei, che soffre con lei. È in Lei, nel suo cuore. Lo ami allora, semplicemente, con umiltà. L’eroismo è non ribellarsi. Accetti con coraggio tutto. E tutto, per incanto, diverrà fatalmente semplice e pieno di pace celeste. Per questo io le ho scritto. Per questo io prego per lei. E lei, al Signore, domandi anche aiuto per me».

Abbiamo lasciato le letture della XXIV domenica del tempo ordinario. Il vangelo si concludeva così:

«Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Davanti a questo brano ci chiediamo: chi guida la mia vita? Cosa veramente conta?

E chiediamoci anche: cosa era veramente importante per Benedetta, da farla esultare di gioia, lei che non riusciva neanche a parlare?

La sua fede in Dio!

È una testimonianza che ci fa ammutolire.

Proclamandola beata, la Chiesa ci chiede di imitarla. Lo chiede a chi è malato, lo chiede a chi vive accanto agli ammalati, ma lo chiede anche a ciascuno di noi.

Chi pensa di conoscerla legga bene i suoi scritti, o i commenti che sono fioriti in questi anni.

Chi non sa niente o quasi, si avvicini a lei, lo merita.

Vi dico solo tre cose che sono di grande attualità.

Benedetta sapeva parlare bene. Dosava le parole, perché parlava con le mani toccando le mani della mamma. Come noi, che tocchiamo lo schermo del cellulare. Ma le nostre parole sono simili alle sue? Quanto bene possiamo fare… ma anche quanto male, con pochi tocchi (in inglese si dice touchscreen).

Benedetta non si ripiegava su di sé. Sapeva avere occhi e attenzione, per chi stava meglio di lei. Eppure non compiangeva se stessa, ma sollevava gli altri, a partire dalla sua esperienza.

Infine, Benedetta pregava e amava il Signore. Il vangelo era il pane quotidiano della sua vita.

Fratelli e sorelle, basta, non voglio aggiungere altro. Vi ho portato una reliquia di Benedetta. Una ciocca di capelli, prelevata il 2 di aprile, quando abbiamo riesumato la salma. Era intatta, come intatto e attualissimo il suo messaggio. Lasciamola parlare. Non strumentalizziamola. E lei che ha tanto amato la vita ci insegni a convincere gli altri sulla bontà della vita, con l’amore e la gioia. Non con l’imposizione o il rimprovero. Con la gioia di Benedetta e la sua fede, salveremo il mondo che corre verso l’autodistruzione.

Di fronte alla testimonianza di Benedetta, tutto passa in secondo piano. Spero che capiti anche a Dovadola, a Sirmione, a Forlì, e in tutti coloro che la pregheranno.

Aiutaci, Signore, a diventare come Benedetta, capaci di amare sempre, in ogni circostanza, nella salute e nella malattia, in ricchezza e povertà. Quando siamo compresi e quando siamo incompresi, amare chi ci ama e anche chi non ci ha fatto del bene. Ad Amare sempre e comunque.

Diciamo insieme:

Beata Benedetta, prega per noi.