15/9/2019 Omelia di mons. Corazza a Dovadola

Con commozione ho la gioia di presiedere, insieme con voi, la prima santa messa in memoria di Beata Benedetta! E lo facciamo qui, nella chiesa della Badia che da oltre 50 anni custodisce l’ultima dimora terrena della ragazza di Dovadola.

Un grazie a tutti coloro che hanno creduto nelle sue virtù eroiche, riconosciute ora dalla chiesa.

Benedetta non è diventata Beata ieri. Ieri l’abbiamo ufficialmente riconosciuto. Ma già lo avevano intuito quando ancora era in vita tanti fra coloro che l’hanno incontrata.

Benedetta non lasciava indifferente nessuno. Eppure era immobile, cieca e sorda. Meno agiva fisicamente, più cresceva e penetrava nell’animo delle persone.

Ma in che cosa era grande Benedetta?

Era grande nella fede.

Perché possiamo dire, oggi, che era ed è Beata? perché soffriva? Non si diventa di certo beati perché si soffre.

È beata perché ha creduto nell’amore di Dio fino in fondo. La sua è una grande e forte testimonianza di fede. Tutti i santi e i beati sono luci per il nostro cammino di fede.

Abbiamo appena ascoltato la parabola del Padre misericordioso. La storia del figlio minore, che ha investito tutti i suoi averi cercando la felicità nei piaceri della vita. Questo ragazzo ha cercato la felicità; anche lui ha cercato una vita beata. Ma è durata poco. Ha perso tutto e tutti, beni e amici. È tornato a casa sconfitto. Ha dovuto riconoscere la sconfitta. La strada della felicità non era quella.

È anche la storia del figlio maggiore, che ha pensato di trovare la felicità aspettando di poter incassare l’eredità del padre. Ma il suo cuore non era felice. Eppure era sempre vicino al padre.

Non sono i beni materiali, il primo dei quali è la salute, che ci assicurano la felicità. Non sono le nostre preghiere che ci assicurano la felicità. Solo l’amore è la sorgente della felicità. L’amore di Dio che si accoglie e che viene donato gratuitamente, sempre e fino al perdono. Solo l’amore misericordioso del Padre può riempire la vita.

Siamo disposti a dire davanti alla tomba di Benedetta: “Tu sei Beata”? oppure “Tu sei benedetta di nome di fatto? Sei da imitare?” “Lo auguro ai miei figli: ti seguirò, sempre”? Siamo capaci di dirlo? In che cosa siamo disposti a seguire i santi e i beati?

Benedetta è beata non solo per pregarla, ma per imitarla. Per seguire il suo percorso spirituale, la sua luce.

Ricordavo, ieri, i tratti principali dell’amore di Dio in Benedetta.

Il primo tratto, LA GIOIA nella sofferenza.

Non è il dolore, non è la sofferenza il segno della volontà di Dio, ma l’amore e la fiducia in Dio e negli altri, anche nella prova suprema.

Benedetta è stata una giovane donna che ha amato il Signore.

Il secondo tratto, CONFORTAVA GLI ALTRI.

Nel dolore, aveva tempo per gli altri. Non si tirava indietro nel confortare, nello scrivere, nel farsi sostegno.

Vorrei sottolineare come lei usava bene le parole. Insegna anche noi a usare bene le parole, per confortare e per diffondere il bene. Anche noi, come lei, usiamo tante volte le dita per parlare, attraverso i social network. Usiamo bene le parole, sono importanti.

Il terzo tratto, AMAVA LA CHIESA.

Lei è stata amata dalla chiesa. Il pellegrinaggio che inizia oggi alla sua tomba era iniziato già 50 anni fa. Il suo essere in chiesa sottolinea proprio il suo amore, ricambiato, per la chiesa.

Ieri è stata una festa di popolo. Ma un popolo l’ha amata fin da subito. Ricordiamo, fra i tanti, Anna Cappelli, i vescovi, i parroci, gli amici di Benedetta. Prima ancora i genitori e i famigliari. Non siamo mai da soli.

A Benedetta non piaceva stare da sola. Stiamo anche noi vicino ai malati.

Fratelli e sorelle, possiamo imitare Benedetta, anche se non siamo ammalati. Custodiamo la nostra fede, con la preghiera e la lettura del vangelo, usiamo bene le parole, confortiamo chi è solo è ha bisogno di compagnia.

Fratelli e sorelle carissimi, onoriamo Benedetta soltanto a parole, se non diventiamo anche noi servi della gioia, della consolazione e della chiesa.

Ella incoraggi gli ammalati a trovare un senso profondo nella loro esistenza, che diventi vera testimonianza anche nella sofferenza, e sostenga coloro che li assistono o fanno loro visita, suggerendo parole di conforto credibile, non parole vuote di circostanza che fanno più male che bene. Converta la società tutta, troppo spesso tentata di vedere nella malattia un ostacolo ad una vita vissuta in pienezza di umanità. Benedetta ci ha insegnato che invece è possibile superare ogni ostacolo e barriera.

Tanti hanno portato il loro contributo per questa festa. Ma la protagonista è lei.

Cari fratelli e sorelle, non perdiamo tempo a sottolineare quello che non va, a recriminare, non rendiamo inutile il suo sacrificio.

Lei non si lamentava mai. Vedeva il positivo.

Non per ignorare il male che c’è, ma le divisioni e le chiacchiere sono proprio opera del demonio, il divisore.

E il demonio è sempre all’opera.

Guardiamo a lei, sentiamo e riascoltiamo le sue parole e le sue azioni. È una lezione per noi, per la nostra comunità, per le famiglie, per tutti i gruppi sociali.

Se è stata riconosciuta beata, lo è per noi! Lei è arrivata e noi siamo chiamati a seguirla, imitarla, conoscerla e farla conoscere. Tutto il resto è tempo perso.

Anche il fratello maggiore della parabola si lamentava. E perdeva tempo sulla porta e si perdeva e rovinava la festa.

Di fronte alla testimonianza di Benedetta, tutto passa in secondo piano. Spero che capiti anche a Dovadola, a Sirmione, a Forlì, e in tutti coloro che la pregheranno.

Aiutaci, Signore, a diventare come Benedetta, capaci di amare sempre, in ogni circostanza, nella salute e nella malattia, in ricchezza e povertà. Quando siamo compresi e quando siamo incompresi, amare chi ci ama e anche chi non ci ha fatto del bene. Ad Amare sempre e comunque.

Diciamo insieme:

Beata Benedetta, prega per noi.