L'omelia del card. Comastri a Dovadola per il 50 della morte di Benedetta

Giosuè Carducci (1835-1907) è stato certamente un valente poeta, tuttavia egli ha lanciato accuse ignobili e ingiuste nei confronti di Cristo e del cristianesimo. Nell'ode "In una chiesa gotica" appartenente alla raccolta "Odi barbare", egli scrive parole velenose rivolgendosi direttamente a Cristo e dice così: "Cruciato martire, tu cruci gli uomini ...Tu di tristezza l’aer contamini". Cioè: "O Cristo crocifisso, tu ora crocifiggi noi uomini …e ci riempi l'anima con l'infezione della tristezza".

La testimonianza di Benedetta Bianchi Porro smentisce clamorosamente la veemente accusa di Giosuè Carducci.

Benedetta, infatti, è un canto di gioia, è un inno alla vita, è un "magnificat" intonato nello sfacelo del corpo devastato dalla malattia. Come è stato possibile? La spiegazione possibile è una sola: Cristo ha il potere di contagiare di gioia il cuore umano anche in mezzo alle prove più terribili. E questo è l'argomento più forte e più convincente della sua divinità: argomento più forte e più convincente anche del miracolo di una guarigione del corpo.

Accostandoci a Benedetta, noi innanzi tutto afferriamo la distinzione fondamentale tra il piacere e la felicità: il piacere solletica soltanto la pelle e, pertanto, dura poco; la felicità, invece, entra nella profondità dell'anima e nessuno e niente può rapirla dall’esterno. Giustamente Alessandro Manzoni, uomo di fede, ha fatto notare che il mondo può deridere questa gioia profonda, ma "rapir non può".

Oggi, purtroppo, assistiamo ad una proliferazione ingannevole di piaceri, ma siamo in una terribile carestia di felicità. Madre Teresa di Calcutta un giorno acutamente osservò: "Oggi la segnaletica della felicità è tutta sbagliata. Le indicazioni che dà l’attuale società sono una colossale menzogna e creeranno un mondo di gente triste, scontenta e sola".

Perché? Perché la felicità può darla soltanto Dio, in quanto Dio - secondo la felice espressione di F. Dovstoevskji - "Dio è l’esclusivo proprietario della gioia".

Camminiamo, allora, per brevi momenti dentro la storia di Benedetta e cerchiamo di cogliere il messaggio che Dio oggi ci dà attraverso la vita di questa giovane cristiana.

Un fatto subito impressiona. Mentre Benedetta avanza inesorabilmente nella malattia, all'improvviso c'è un giro di boa nella sua vita: cioè dalla sua anima cominciano ad uscire le note di un canto gioioso e umanamente inspiegabile.

È decisivo capire che cosa abbia determinato questo salto, perché, anche per noi, sta qui il segreto della gioia che tutti cerchiamo e spesso non troviamo.

Inizialmente Benedetta cammina nel buio: come tanti, come tutti. In questo ci è meravigliosamente "sorella" e la sentiamo tanto vicina alla fatica del nostro cammino di conversione.

Il 9 luglio 1949, all'età di 13 anni, così scrive nel Diario: "Stamattina ho messo per la prima volta il busto: che pianto! Mi stringe forte forte sotto le ascelle ... Quanti sogni, quante lacrime, quanta nostalgia e malinconia ... povera Benedetta". Passano gli anni e Benedetta entra sempre di più nel buio della prova. Il 26 gennaio 1953, all'età di 17 anni così scrive all'amica Anna: "Sono assetata di pace e desidero abbandonare le onde del mare per rifugiarmi nella quiete di un porto. Ma la mia barca è fragile, le mie vele sono squarciate dal fulmine, i remi spezzati, e la corrente mi trascina lontano. Mi sembra di essere in una palude infinita e monotona e di sprofondare lentamente, lentamente".

La situazione di Benedetta poteva precipitare: così come accadde al celebre scrittore Cesare Pavese che, all'età di 41 anni, si suicidò nel 1950 in un albergo di Torino; così come accadde allo scrittore svedese Stig Dagerman, che, nel 1954, mentre era nel culmine del successo si tolse la vita all'età di 31 anni; come accadde allo scrittore statunitense Ernest Hemingway che, nel 1961 si uccise con una fucilata tormentato dalla convinzione che tutto è "nulla": tutto è "nada".

Benedetta, invece, approda nel regno della gioia.

Che cosa è accaduto in Benedetta? Qual è il momento in cui Benedetta si diversifica da noi?

Inizialmente ella colleziona una umiliazione dietro l'altra: però - ecco il punto decisivo – le umiliazioni non la rendono umiliata e ribelle, ma umile. E l'umiltà la rende vittoriosa. Infatti tra noi e Dio c'è soltanto la distanza di un muro: il muro dell'orgoglio! Se cade questo muro. Dio ci inonda di gioia; se resta questo muro, non può avvenire rincontro tra noi e Dio, perché Dio è l'infinitamente umile. Benedetta ha fatto cadere questo muro e in lei prodigiosamente è esplosa la gioia.

Significativo è l'episodio dell'esame di anatomia nell'estate del 1955. Benedetta, a causa della malattia, non sente le domande del professore e rispettosamente chiede che le vengano proposte per iscritto. Il professore si rifiuta e la offende dicendo: "Non si è mai visto un medico sordo". E scaglia rabbiosamente il libretto universitario verso la porta. L'orgoglio di Benedetta è certamente ferito, ma vince l'umiltà.

Ella chiede scusa e, mentre torna a casa, prega l'amica Anna di non dire niente alla mamma.

L'umiltà apre alla carità il cuore di Benedetta: ella comincia a preoccuparsi degli altri e, vivendo la carità, ("abitando negli altri" come ella amava dire), si trova abbracciata da Dio e contagiata dalla sua infinita gioia. Il santo papa Giovanni XXIII un giorno disse al suo segretario: "Finché non avrai messo l’ orgoglio sotto i piedi, non sarai mai un uomo libero e felice". Benedetta ne è la prova lampante.

Il 19 aprile 1958 così scrive all’amica Maria Grazia: "Per quello che riguarda lo spirito, sono serena, perfettamente, anzi sono molto di più: felice sono; non credere che io esageri". Alla mamma che è andata a Milano per un po' di tempo, Benedetta così scrive il 20 febbraio 1961: "Cara Mamma, da quando so che c'è chi mi guarda lottare, cerco di farmi forte: com'è bello così, mamma! Io credo all’amore disceso dal ciclo, a Gesù Cristo e alla sua croce gloriosa. Sì, io credo all'amore".

Nel 1963, già cieca, detta alla mamma una meravigliosa lettera per aiutare un giovane disperato di nome Natalino. Ormai Benedetta è entrata totalmente nel regno dell'umiltà che fiorisce continuamente in carità. Benedetta non pensa più a sé e dice a Natalino: "Caro Natalino, prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza fino alla consumazione dei secoli". E la gioia del cuore di Benedetta contagia il cuore di Natalino e guarisce la sua disperazione. Egli, alla fine, scrive così a Benedetta: "Prima mi lamentavo perché ogni rosa ha la sua spina, ora invece ringrazio il Signore perché ogni spina ha la sua rosa".

Nel mese di maggio dello stesso anno, 1963, Benedetta detta una lettera per l'amica Anna, alla quale dieci anni prima aveva confidato la sua disperazione. Ora Benedetta è un'altra creatura e dice: "Cara Anna, io sono molto cambiata. Ora con me c'è Dio e sto bene. Come sto bene!".

Il 24 maggio 1963 la mamma scrive a suor Alberta Simionato, già insegnante di Benedetta, e le confida: "Benedetta è serena nel Signore. Vive pregando, cantando, dettando lettere agli amici, vive in maniera più angelica che umana. Ringrazia ogni sera Dio per i mali che le ha dato. È felice di poter morire senza un peccato mortale, ma anche in questo caso dice di amare la vita con il suo sole, con i suoi fiori, con la sua pioggia. È di un'obbedienza e di una umiltà che sconcerta, che edifica. È forte, dolce, sicura. Dov'è passata, lascia un ricordo di sé che impressiona. Ma non vuole sentire dirlo, perché dice che le lodi sono solo tentazioni. Io non sono più addolorata per questo stato di salute di mia figlia. Ma la guardo umilmente, indegnamente come si guardano i santi in chiesa".

Così facciamo anche noi. Invochiamo la mano di Dio perché faccia crollare il muro del nostro orgoglio: muro che continuamente ricostruiamo e continuamente dobbiamo demolire. Se crolla il muro dell'orgoglio, l'Amore di Dio ci inonda e la voce del nostro cuore può dire con Benedetta: "Che cosa meravigliosa è la vita! E la mia anima è piena di gratitudine e di amore verso Dio, per questo".

E ognuno di noi così diventa davvero una segnaletica luminosa che indica la strada della felicità, che è ben diversa da quella delle discoteche e dei luoghi di divertimento.

Benedetta, prega per noi!

Prega e ricordaci che, come tu hai scritto, "nelle mani di Dio anche le cose più insignificanti possono diventare la nostra cometa".

Dovadola, 25 gennaio 2014

Angelo Card. Comastri

 

Il legame del card. Comastri con Benedetta e Dovadola

Sarà il cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica papale di San Pietro in Vaticano, presidente della Fabbrica di San Pietro e vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, a presiedere la messa solenne per il 50° della morte di Benedetta Bianchi Porro sabato 25 gennaio, alle 11, nella Badia di Dovadola. La messa sarà concelebrata dal vescovo mons. Lino Pizzi e dai sacerdoti della diocesi e trasmessa in diretta tv su Teleromagna. Il cardinale Comastri è molto legato a Dovadola dove è venuto tante volte a pregare sulla tomba di Benedetta e a parlare di lei. Giovane parroco di Porto Santo Stefano aveva accompagnato molti pellegrini ed era ritornato a Dovadola come vescovo di Massa Marittima e Piombino nel 1992 e in quella occasione aveva affermato: “Vengo a Dovadola come uno che ritorna a casa, perché Dovadola mi è familiare per la presenza di Benedetta, che sento davvero come una benedizione per la mia vita. Venendo qui sento di essere atteso da un cuore, da una protezione, per questo mi sento a casa mia” In quella occasione aveva anche rivelato che il suo motto episcopale “Deus charitas est” si ispira proprio alla giovane dovadolese: “Sono venuto qui a dire grazie, a mettere nella mani di Benedetta il mio servizio, il mio ministero, la mia fatica e anche la mia gioia. Sono venuto a chiedere a Benedetta di farmi luce ancora con la sua testimonianza, con la sua protezione. Fa che io possa ripetere con te, ogni giorno, quello che ho scritto nel mio stemma episcopale e quello che dicesti a Natalino “ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza fino alla consumazione dei secoli. Grazie Benedetta”. Costretto a lasciare la diocesi nel 1993 per problemi di salute Comastri racconterà poi: “Ebbi paura e come Pietro sentii i piedi affondare nel mare in tempesta. Allora mi feci pellegrino e cercai conforto nella parola di Dio, negli scritti di Santa Teresa di Gesù Bambino e nelle lettere della Serva di Dio Benedetta Bianchi Porro. E accadde il miracolo: le parole di sempre sono risuonate completamente nuove per me e mi hanno rigenerato alla fiducia, alla speranza e alla pace”. Comastri era tornato a Forlì altre 5 volte, l’ultima nel 2005, per parlare di Benedetta e ha scritto di lei in diverse pubblicazioni.

 

Preghiera per chiedere una grazia attraverso l’intercessione di Benedetta

Signore commossi ti ringraziamo per il dono bello e luminoso di Benedetta Bianchi Porro. Attraverso di lei Tu hai seminato speranza nelle nostre strade povere di speranza e ci hai rieducato al canto della vita.

Solo Tu potevi trasformare una giovane paralizzata in un guida capace di insegnare a camminare; solo Tu potevi rendere una cieca mirabilmente esperta della strada che conduce alla luce, alla pace, e alla gioia grata e incontenibile.

Signore per intercessione di Benedetta sorella da te donata alla nostra povertà di fede, concedici la grazia…che Ti chiedo affinché nel cielo della Chiesa brilli la santità di Benedetta e susciti in noi nostalgia viva di santità. Amen

Card. Angelo Comastri

 

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  • Il testo del telegramma con la benedizione di papa Francesco