25/1/2015 L'omelia del card. Versaldi a Dovadola

Omelia del card. Versaldi

Il brano del Vangelo di Marco che è stato proclamato ci presenta l'esordio, ma anche l'essenza della predicazione e della missione di Gesù. Recandosi in Galilea, terra di incontro tra popoli diversi, Gesù annuncia la Buona Novella: “Il tempo e compiuto e il Regno di Dio è vicino". I1 compiersi del tempo vuole indicare la fine dell'attesa della salvezza che era stato il tema centrale di tutto il primo Testamento, per lasciare il posto alla grazia (kairos) della signoria di Dio sul mondo (il Regno di Dio). Dio si fa presente nel mondo come luce che disperde le tenebre per riportare l'umanità alla comunione di amore con Lui. Il mondo non è più sotto il dominio del maligno, ma inizia il Regno di Dio anche sulla terra. Gesù annuncia ad ogni uomo che questa grazia e "vicina", cioè a sua disposizione qui e ora, ma indica anche la condizione per accedervi: "convertitevi e credete al Vangelo". Per quanto potente sia la signoria di Dio e forte l'amore con cui Dio vuole riconquistare il cuore delle sue creature, è sempre rispettata la libertà di ciascuno: il Regno è vicino, ma non si impone, non sfonda la porta, ma vi bussa con l'annuncio di questa buona notizia ed attende la risposta.

"Convertitevi e credete al Vangelo" sono due elementi distinti, ma strettamente uniti in un unico significato: per credere al Vangelo è necessaria la conversione. Ora si è soliti intendere la conversione nel significato prevalente di abbandono del peccato, ma il significato più pieno ed originale di conversione (metanoia) in realtà è più radicale: significa un cambiamento di rotta, un'inversione di cammino rispetto ad una direzione sbagliata al fine di ritornare sulla retta via. Certo, ciò include innanzitutto l'abbandono del peccato (come fecero gli abitanti di Ninive, prima lettura), ma ancor più radicalmente richiama la necessità di superare una visione solamente terrena della vita per entrare in una dimensione sopra—naturale che porta esattamente alla fede come virtù che è "fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono" (Eb 11,1). E' importante capire questa stretta connessione che Gesù fa tra conversione e fede per non dare per scontata la fede intesa come semplice adesione intellettuale all'esistenza di un Dio. La fede implica e favorisce nello stesso tempo un cambiamento della nostra vita. Come diceva Papa Benedetto XVI nella lettera con cui indiceva l'anno della fede, si entra nella fede "quando il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma" (La porta della fede, 1). Per questo Benedetto XVI parlava di un "cammino che dura tutta 1a vita" e che consiste nel camminare per uscire dal deserto ed entrare nel luogo della vita che è comunione con Dio che è Amore.

Ma ciò possibile solo mediante appunto una conversione, un cambiamento di rotta che comporta un’opzione fondamentale circa il significato che diamo alla nostra vita. E' ancora Papa Ratzinger che come teologo scriveva a tale proposito: "credere vuol dire aver deciso che nel cuore stesso de1l'esistenza umana esiste un punto, il quale non può essere alimentato e sostenuto dal visibile e percettibile, ma s'imbatte invece ne11'invisibile, sicché quest'ultimo gli diviene quasi tangibile, presentandosi come una necessità inerente alla sua esistenza stessa” (Introduzione al Cristianesimo, Brescia 21003, pag 21). Si tratta, in altre parole, di non credere, come vorrebbe una mentalità falsamente scientifica, che esista solo ciò che è sensibile e percepibile, ciò che è misurabile e dimostrabile con la sola ragione umana con la pretesa di ridurre Dio alle nostra categorie terrene.

Senza tale conversione di fondo, la fede non può reggere alle prove della vita perché di fronte al mistero di ciò che la ragione umana non può spiegare, essa viene meno perché rimane scandalizzata. La vera fede deve maturare fino a diventare abbandono all'amore di Dio i cui pensieri e progetti non sono come i nostri, ma di cui ci si fida proprio perché si crede che Egli è 1'Amore che ci ha creati e ci vuole salvare. La vera fede è certamente un salto nel buio, ma nella certezza che nel buio c'è la mano amorevole di Dio che ci prende e ci porta alla luce del suo amore.

Marco fa seguire alla prima proclamazione della Buona notizia la chiamata dei primi discepoli, due coppie di fratelli pescatori. In queste chiamate è concretizzata la sostanza della fede che abbiamo descritto: l'invito di Gesù è tanto perentorio quanto misterioso "Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini", dove rimane oscura la destinazione e la missione. La risposta dei chiamati dimostra una fede che comporta la certezza di ciò che lasciano (le reti e gli affetti), e la fiducia gratuita verso ciò a cui andavano incontro solamente sulla parola di chi li chiamava. Come sappiamo, questa sincera ed esemplare fede iniziale non bastò a quei medesimi discepoli a perseverare nel momento supremo della prova nella passione a cui si sottometterà il loro Maestro, a conferma che la fede non è mai scontata, ma esige un cammino di continua conversione; e tuttavia è proprio questa prima esperienza di fede in Gesù, che li chiama a seguirlo, che permetterà loro di pentirsi del loro tradimento e lasciarsi perdonare dall'amore di Gesù che avevano visto cosi misericordioso verso i peccatori.

E' questa la fede che ci permette anche di capire le impegnative parole che S. Paolo rivolgeva ai cristiani di Corinto (seconda lettura): l'esortazione a vivere in questo mondo "come se non" fossero in questo mondo:ogni esperienza umana bella (essere sposati, essere felici, avere dei beni) o meno bella (pianto e sofferenza) viene relativizzata perché "il tempo si è fatto breve” e "passa la scena di questo mondo". Solo la fede, infatti, può farci accettare una tale prospettiva dal momento che l'unica nostra esperienza è proprio limitata a questo mondo e chiederci di vivere per qualcosa che è oltre questa nostra esperienza mondana significa esattamente chiederci di avere fiducia in Colui che ci rivela un altro mondo che non vediamo, ma in cui speriamo. S. Paolo non intendeva esortare i cristiani a disinteressarsi delle cose di questo mondo, ma di non porre in esse il fondamento della loro speranza, che invece deve essere posta in ciò che non passa, cioè nel Regno di Dio, che su questa terra solo inizia per completarsi nella vita eterna. E da questa relativizzazione delle cose che passano può venire anche la pace e la giustizia anche sulla terra proprio perché non ci si affanna più per avere le ricchezze di questo mondo, ma si tende a conquistare i beni eterni usando bene quelli terreni.

Di fronte a questi richiami della liturgia odierna ci dobbiamo sentire nello stesso tempo confortati nella nostra adesione di fede, ma anche stimolati ad un serio esame di coscienza per togliere gli eventuali ostacoli ad una fede matura, a cui non si è mai definitivamente pervenuti. Ma la Parola proclamata oggi e anche la miglior chiave di lettura e di comprensione della vita della Venerabile Benedetta Bianchi Porro che questa Chiesa locale ha generato e di cui vuole conservare giustamente viva la memoria celebrando le sue virtù eroiche nel suo stesso paese natale.

Documentandomi sulla breve, ma esemplare vita di questa giovane donna ho potuto leggervi alcune caratteristiche che vanno proprio ad incarnare il messaggio della Parola di Dio proclamata in questa domenica dell'anno liturgico. Infatti, è lampante nella vita della venerabile Benedetta la consapevolezza di una chiamata alla conversione ad una fede sempre più matura. Conversione nel senso più profondo che Gesù intendeva e non solo come abbandono di uno stato di peccato. Benedetta in un momento di sincerità confessava di non trovare nella sua esistenza traccia di alcun peccato mortale e tuttavia ammetteva che c'è stata una conversione nella sua vita. L'incontro con Nicoletta le ha permesso di dare una svolta alla sua vita cristiana, tanto da ringraziare l'amica di averle dato il "dono della fede" nel senso proprio di poter passare da una concezione moralistica della vita cristiana ad una fede come incontro personale con l'Amore di Dio a cui abbandonarsi. Addirittura definisce “pagana" la sua vita cristiana basata su una morale “con cui sempre ho tutto misurato", mentre dall'incontro con l’Amore si sente cambiata perché confessa "ora con me c'è Dio". Ed è da notare che questa conversione è avvenuta mentre Benedetta era ancor abbastanza in salute e frequentava l'Università, anche se erano già presenti i segni della sua progressiva infermità. Il Signore l'ha guidata a scoprire l'amore prima di arrivare alla sommità del suo Calvario. Cosi Benedetta può scrivere alla mamma: " quanto a me sto come sempre, ma da quando so che c'è Chi mi guarda lottare, cerco di farmi forte: come è bello così! Mammina, io crede all'Amore disceso dal Cielo, a Gesù Cristo e alla sua Croce gloriosa!! Sì io credo all'Amore" (1961). Solo attraverso questa conversione ad una fede personale in un Dio che è Amore, è stato possibile a Benedetta percorrere la via del Calvario delle crescenti sue sofferenze. E qui sta l'eroicità della sua testimonianza di fede: credendo all'Amore, Benedetta può accettare il mistero della Croce che per lei si fa sempre più pesante, ma che non la scandalizza anche se rimane un mistero perché, come scriveva, "non c'è spiegazione alla croce" (1964). Benedetta non sottovaluta la difficoltà di questa accettazione della Croce perché è consapevole che "nel mondo si apprezzano le virtù cristiane, ma appena arriva Gesù Cristo,la sua croce, tutti si dileguano, tutti tacciono... cioè, cristianesimo in fondo si, ma Cristo no, al più nì". Lei, invece, ha detto un forte e pieno sì alla Croce di Cristo: "Le mie giornate sono lunghe e faticose, però con l'aiuto divino riesco a riposarmi abbandonata sulle spalle di Cristo. Con Lui mi pare di essere in una cella chiusa ma in cammino verso un porto dove la pace è sicura ed eterna. E mi sciolgo in tenerezza trasalendo quando mi pare di essere da Lui presa per mano" (1963).

Ne sono testimonianza anche i due pellegrinaggi a Lourdes da dove torna senza aver ottenuto alcun miglioramento fisico , ma rafforzata nel sua fede e comunione con Cristo tanto da scrivere: "Dalla città della Madonna si ritorna nuovamente capaci di lottare, con più dolcezza, pazienza e serenità. Ed io mi sono accorta più che mai della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo. E' stato questo per me il miracolo di Lourdes" (1963). E quando è testimone di una guarigione miracolosa avventa a favore di una ragazza vicino a lei, Benedetta esulta, ma non si lamenta di essere rimasta inferma: "Nel nostro pellegrinaggio c'è stata una miracolata: un'umile ragazza di 22 anni che da due anni non camminava: che bellezza! Ne sono rimasta scossa" (1962). A lei basta l'esperienza della presenza dell'amore di Dio in lei, una presenza che dà significato anche alla sua sofferenza: "Dio mi aiuterà, perché sa che io esisto" e "Se si ama l'Amore, si finisce per vivere di Amore” (1962).

Da questa esperienza nasce l'ulteriore passo nella vita della Venerabile: la sofferenza accettata per amore, diventa occasione di carità verso gli altri. Benedetta anziché ritirarsi nel suo dolore e farsi compassionare dagli altri, si trasforma in apostola dell'amore di Dio nella sue relazioni con tante persone. A coloro che vanno per consolarla, lei fa dono della sua sofferenza vissuta come testimonianza della sua fede nell'Amore divino. Così scrive " Dal mio letto vi seguo tutti, io così inoperosa, e vi tengo vicino al cuore, sotto le coltri, mentre voi camminate col tempo" (1963). Così è in grado di consigliare e di incoraggiare chi è nella prova proprio condividendo la sua esperienza: "Anch'io ho passato tanti dolori, agitazioni, e nella lotta cercavo Lui — Lui solo — da sempre. E Lui è venuto, mi ha consolata, mi ha accarezzata nei momenti di paura e di dolore più forte, proprio quando tutto mi pareva crollato, salute, studio, sogni, lavoro.. Come vorrei che anche lei trovasse un po' di quella pace che io posseggo” (1963).

Da questi brevi accenni biografici risulta evidente come Benedetta abbia in pieno realizzato quanto la Parola di Dio oggi proclamata indicava. Sì, veramente la nostra Venerabile si è convertita e ha creduto al Vangelo! Ha abbandonato la via di una religiosità mediocre e moralistica che pure l'aveva mantenuta sulla strada del bene, per intraprendere l'esperienza esaltante e misteriosa dell'abbandono a Cristo scoperto come l'Amore che chiama a seguirlo ovunque vada nella assoluta fiducia che ci conduce al definitivo Bene in cui trovare la gioia che non tramonta. Per questa fede matura Benedetta ha accettato di abbandonare ogni sua aspirazione ed è stata condotta dall'Amato a salire con Lui sulla Croce fino a staccarsi anche fisicamente da ogni esperienza mondana: sorda, cieca ed immobilizzata fino alla morte.

Veramente Benedetta è vissuta in questo mondo “come se non” vivesse in questo mondo, gustando le cose belle e buone, ma senza porre in esse la sorgente della sua felicità; e soprattutto ha accettato le crescenti e pesanti sofferenze nella consapevolezza che “passa la scena di questo mondo” perché la Croce non è l'ultima parola, ma, unita a quella di Cristo, apre le porte alla vittoria nella vita eterna. Solo con questa certezza nel cuore poteva scrivere così: “ Io, in questi ultimi giorni, sono peggiorata di salute. Spero perciò che la chiamata non si faccia troppo attendere...Le dirò che ho già sentito la Sua voce: la voce dello Sposo” (1963).

Veramente Benedetta, come i primi apostoli, ha risposto alla chiamata ad essere missionaria diventando, pur nella enorme restrizione della malattia, “pescatrice di uomini” con la testimonianza di vita come apostolato verso tutti coloro che poteva raggiungere: “Il mio compito non è solo quello di scrutarmi dentro, ma di amare le sofferenze di tutti quelli che vivono o vengono attorno al mio letto, e mi danno e domandano l'aiuto di una preghiera” (1963)

Cari fratelli e sorelle, ringraziamo il Signore per il dono che ha fatto alla Chiesa di quest'anima eletta e veramente benedetta! Ma non limitiamoci ad ammirarla ed invocarla. Dobbiamo impegnarci ad imitarla, perché tutti siamo chiamati sulla stessa via che Lei ha percorso, anche se per ognuno di noi i modi sono diversi e stabiliti dalla misteriosa Provvidenza divina.

Specialmente voi, cari giovani, che avete davanti ancora gli anni più lunghi ed impegnativi della vostra vita, non accontentavi di una fede mediocre e vissuta come rendita di un Battesimo sempre più lontano. Ognuno di voi è chiamato a crescere fino alla maturità della fede che passa attraverso la stessa conversione che ha cambiato la vita di Benedetta. Non accontentatevi di evitare il male, ma cercate Cristo e trovate Colui che vi ha amato per primo perché solo così sarete attratti dal Bene e vi sentirete chiamati a dare agli altri l'amore che continuamente ricevete.

Avvertiamo nella fede la vicinanza di questa Venerabile che vuole rimanere tra i suoi, specialmente tra quella della sua terra perché era convinta che “il mio spirito vivrà, tra i miei, tra chi soffre e non avrò neppure io sofferto invano” (1963). Seguendo il suo esempio, ognuno di noi non vivrà invano perché troverà l'Amore che sazia ogni desiderio umano e sarà capace di diffonderlo attorno a sé per edificare già qui in terra quel Regno di Dio che è vicino ad ogni creatura. E si realizzerà quella nuova evangelizzazione necessaria per rianimare questa vecchia Europa che sembra voler lasciare la sua preziosa eredità di fede per far rifiorire una Chiesa missionaria e presente con la Buona notizia che consola e porta la salvezza a tutti, specialmente ai poveri.

Giuseppe Card. Versaldi

 

Domenica 25 gennaio appuntamento a Dovadola per il 51° della morte di Benedetta Bianchi Porro

Appuntamento a Dovadola domenica 25 gennaio in occasione del 51° anniversario della morte di Benedetta Bianchi Porro. Concluse le celebrazioni del 50° della morte della Venerabile continuano gli appuntamenti tradizionali che vedono ogni anno salire alla Badia di Dovadola centinaia di persone. La preghiera presso la tomba di Benedetta è occasione per conoscere sempre meglio la sua testimonianza e il suo messaggio di speranza che è giunto in tutto il mondo grazie agli Amici di Benedetta, all’Associazione per Benedetta Bianchi Porro e alla Fondazione intitolata alla Venerabile. I libri di e su Benedetta sono tradotti oggi in oltre venti lingue, compresi il giapponese, l’arabo e l’ebraico, in occasione del 50° è stato pubblicato “Un canto di lode al Signore. Un Vangelo della croce, della luce, della gioia” di mons. Vincenzo Zarri, vescovo emerito di Forlì-Bertinoro (a cura dell’Associazione per Benedetta Bianchi Porro, edizioni Himolah), la Consulta per la cultura della diocesi ha curato il docufilm “Oggi grazie. Un giorno con Benedetta Bianchi Porro”, regia di Franco Palmieri e recentemente il sito dedicato a Benedetta (www.benedetta.it) è stato rinnovato per renderlo più fruibile e più ricco di notizie.

Benedetta era nata a Dovadola l’8 agosto 1936, nel novembre dello stesso anno venne colpita da poliomielite e progressivamente si manifestarono i sintomi della malattia che lei stessa, studente in medicina, diagnosticò nel 1956 e che la portò alla morte. Si trattava di neurofibromatosi, una malattia al sistema nervoso che provocò progressivamente la paralisi totale. Benedetta morì, a 27 anni, il 23 gennaio 1964 a Sirmione, alle 10.40, sussurrando “grazie” mentre in giardino fioriva una rosa bianca.

Il 25 gennaio 1976 fu aperto il processo di beatificazione e il 23 dicembre 1993 papa Giovanni Paolo II ha emesso il decreto per il riconoscimento dell’eroicità delle virtù dichiarandola Venerabile.

 

Programma delle celebrazioni

In occasione del 51° anniversario della morte di Benedetta domenica 25 gennaio, alle 10.30, nella chiesa della Badia il card. Giuseppe Versaldi, presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, presiederà la messa che sarà concelebrata dal vescovo di Forlì-Bertinoro mons. Lino Pizzi. E’ il 17° cardinale, che sale a pregare alla tomba di Benedetta che dal 22 marzo 1969 si trova alla Badia di Dovadola.

Seguirà alle 12.30 il pranzo presso la casa di accoglienza “Rosa Bianca” (prenotazioni allo 0543.934676, oppure 349.8601818).

Il giorno dell’ anniversario della morte di Benedetta, venerdì 23 gennaio, alle ore 20.30 sempre alla Badia, il vicariato dell’Acquacheta propone un incontro di preghiera con la rievocazione della fase finale della vita di Benedetta e la celebrazione della messa animata dai cori della parrocchie della vallata.

Lo stesso giorno, alle 10, a Sirmione, all’hotel Meridiana, nella stanza dove morì la Venerabile, celebrazione della messa.