Festa della Beata Benedetta: l'omelia del card. Bassetti e di mons. Corazza

Omelia del card. Gualtiero Bassetti 23 gennaio 2020, Dovadola

Un senso di timore e di reverenza ci pervade quando siamo chiamati a parlare di certi santi e beati contemporanei, specialmente se si tratta di giovani e giovanissimi come Benedetta Bianchi Porro. La loro presenza, fortissima e quasi palpabile, nel Signore e nella memoria delle terre che li hanno visti nascere e splendere, ci rende timidi davanti a questi astri, forse più di quanto non accada con alcune figure del passato, con le quali avvertiamo, alla distanza data dai secoli, un senso di alterità e di inaccessibilità. Essi sono là, sugli altari da sempre, e, pur venerandoli devotamente e ricorrendo spesso alla loro intercessione, non li sentiamo però come possibili compagni di strada. Benedetta e don Giulio Facibeni sono stati per noi compagni di strada.

I santi dei nostri giorni, invece, hanno dato prova delle loro virtù eroiche nell’epoca e nel tipo di esistenza che ancora noi condividiamo. Esiste una prossimità che ce li rende, da un lato, più intimi e familiari, ma dall’altro ci costringe a misurarci con loro, ci rende impossibile eluderne il confronto. La beata Benedetta Bianchi Porro, con la sua esistenza ‘normale’ eppure straordinaria, ci induce a riflettere davvero sulla misura quotidiana del Vangelo, sul fatto che la santità non è soltanto una dimensione diversa, ultraterrena, di vicinanza a Dio, ma è anche la via attraverso la quale ci si arriva, la «misura alta» della vita cristiana nella sua pienezza, proponibile anche ai nostri giorni.

Benedetta – la vostra piccola grande Benedetta, nata qui, a Dovadola, l’8 agosto 1936, e morta a Sirmione il 23 gennaio 1964 a soli 27 anni – è stata beatificata per volontà di Papa Francesco proprio per questo, come molti altri testimoni della nostra epoca. Sacerdoti e laici, religiosi e padri di famiglia, spose e mamme, giovani donne e uomini, hanno abbracciato la croce e la speranza del Vangelo nell’esistenza quotidiana, ognuno nella propria condizione di vita, vissuta in piena adesione alla volontà del Signore. Non si tratta di rassegnata accettazione, ma di offerta d’amore, che, nel caso di Benedetta, ha coinvolto e incanalato tutto l’ardore giovanile, comprese le aspirazioni, naturali negli adolescenti, a fare della propria esistenza qualcosa di bello, di grande, di significativo.

La santità non nasce direttamente sugli altari, e non è lontana da nessuno di noi, come non lo è Dio. Ma richiede delle scelte. Scelte che maturano insieme a noi, alle quali si viene guidati nel percorso della propria vita, dal Signore della vita. Egli non vuole se non il nostro bene: di questo possiamo e dobbiamo fidarci, crederci fino in fondo, anche quando il percorso si fa misteriosamente difficile. Quante prove e sofferenze nelle nostre famiglie. Il disegno divino a volte traluce nella nostra esistenza con lampante chiarezza, ma altre volte sembra oscurarsi, come ammetteva Benedetta in alcune delle sue bellissime lettere.

Studentessa liceale, affetta a tratti dai sintomi della perdita dell’udito che le procuravano già tante umiliazioni, scriveva nel diario: «Un giorno forse non capirò più niente di quello che gli altri dicono, ma sentirò sempre la voce dell’anima mia: e questa è la vera guida che devo seguire». Pur eccezionale nella sua statura cristiana, Benedetta era e si comportava da ragazza normale, vivace, spiritosa, frequentando amicizie e coltivando grandi aspirazioni, come tanti nostri giovani a cui capita di chiedere: «Tu cosa vuoi diventare?». Lei voleva diventare qualcosa di grande, lo sentiva che era destinata a questo. E lo divenne, anche se in modo diverso dalla carriera professionale che aveva sognato e sperato. Intraprese la facoltà di medicina perché animata dal più nobile degli ideali: quello di soccorrere il prossimo nel nome del Signore.

Il progredire della malattia, di cui lei stessa fece la diagnosi, non la gettò nella disperazione. Pur imponendole sofferenze terribili, cercò di ‘leggerla’ alla luce della fede e, piano piano, ne scoprì un senso provvidenziale. Non la visse come un blocco o un handicap, ma come un progresso sulla via delle sue stesse grandi aspirazioni: un modo diverso, e più alto, di essere feconda e portatrice di bene. Il Signore la chiamava a soccorrere gli altri non indossando un camice bianco, non con gli strumenti della professione, ma con quelli della Passione. Doveva presentare al vivo il suo stesso volto sulla croce, sofferente e tuttavia sereno, rasserenante e luminoso, di una luce più affascinante e duratura di quella umana. Gli amici – anche loro persone normali, giovani – dicevano, attorno al suo letto di inferma, che avevano la certezza della «presenza viva di Gesù in lei».

L’antifona d’ingresso ci ha fatto proclamare con il Salmo: «Il giusto si allieterà nel Signore, / riporrà in lui la sua speranza; / tutti i retti di cuore ne gioiranno» (Sal 63,11). Questo si respirava accanto a Benedetta. Il Signore la chiamava a dargli testimonianza associandola a una croce durissima per chiunque, ma specialmente per una ragazza di vent’anni, che avrebbe avuto tutta la vita davanti. Una ragazza che ammetteva di «non aver paura della sua paura».

Come spiega la lettera di san Paolo apostolo ai Romani appena proclamata: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza… Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Sulla parola del Signore, Benedetta maturò una nuova e definitiva autodiagnosi: seppe che la luce, che si stava affievolendo su questa terra, non era il sintomo infausto di una fine definitiva, ma della luce inestinguibile nel Regno dei Cieli. Fu questo a contagiare e conquistare tutti. «Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (come abbiamo ascoltato nel Vangelo secondo Matteo).

Questa sua terra natale ha avuto la grazia di conoscerla, di vederla, di assistere ai suoi primi passi e alla sua dolcissima testimonianza di fede e di vita; ne porta impressa la memoria recente, la tenerezza, il sorriso, la giovinezza. Non come si ricorderebbero le doti di una persona qualsiasi, prematuramente scomparsa, ma come un seme che è affondato in una terra fertile e la cui presenza, insieme al frutto copioso, non è mai passata. «La carità è abitare negli altri», amava dire.

«Fra poco», disse, «io non sarò più che un nome; ma il mio spirito vivrà, qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano».

«Un essere di luce», la definì il cardinal Martini, paragonando il suo Calvario a un Tabor, il monte della trasfigurazione. Un Tabor né facile né scontato, non senza un Getsemani, vissuto in ardente preghiera, con pellegrinaggi a Lourdes. Diceva Benedetta: «Il dolore è stare con la Madonna ai piedi della Croce… Lei conosce cosa sia soffrire in silenzio... Nelle prove mi raccomando alla Madre che ha vissuto prove e durezze le più forti, perché riesca a scuotermi e a generare dentro il mio cuore il suo figlio così vivo e vero come lo è stato per Lei». Anche noi siamo chiamati a generare Gesù.

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,6). Il cardinale Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della congregazione per le Cause dei Santi, citava questa frase dell’evangelista Giovanni (inserita a commento del dialogo notturno fra Gesù e Nicodemo), nella sua omelia il 14 settembre scorso, festa della Esaltazione della Croce, durante la santa messa di beatificazione di Benedetta Bianchi Porro nella cattedrale di Forlì. Ella arrivò a dire: «La vera gioia passa per la Croce. Mi piace dire ai sofferenti, agli ammalati che se noi saremo umili e docili, il Signore farà di noi grandi cose…».

Torniamo a implorare, come il giorno della proclamazione nella cattedrale di Forlì: beata Benedetta Bianchi Porro, prega per noi! Prega per i giovani di oggi e di sempre, così fervidi e così bisognosi di cure e di amore, perché siano ben guidati sulla via della realizzazione dei loro ideali e dei loro sogni; prega per i sofferenti, coloro che sono tentati dalla disperazione e che pensano di non avere più una prospettiva, tanto da desiderare di togliersi anche quella che rimane: prega il tuo Signore, che oggi ti illumina appieno, perché anche loro, come te, siano aiutati a trovare sempre un senso alla propria vita e persino alla propria sofferenza, quel senso che può essere dato dalla parola del Signore. Prega perché maturi davvero in ognuno di noi, come fu per te, la certezza che Lui, Lui solo, ha assunto anche la carne più martoriata, per darle salvezza e resurrezione. Prega perché ogni situazione di vita, qualsiasi esperienza a cui siamo chiamati, sia rischiarata dalla luce della speranza che viene dalla fede, e diventi segno per quelli che ci stanno intorno; prega perché siamo sempre certi, in ogni condizione, di vivere in pienezza e in fecondità, nella certezza della vita eterna.

Beata Benedetta, prega per noi! Amen.

 

 

Omelia di mons. Livio Corazza 23 gennaio 2020 – Dovadola

Cari fratelli e sorelle, noi siamo orgogliosi di Benedetta. Siamo contenti che lei sia diventata beata per la chiesa. Lo era già per il Signore e lo era anche nel cuore e nei pensieri di tutti coloro che l’hanno conosciuta. Era già beata ancora quando era viva, per tanti.

Ma, dobbiamo riconoscerlo, per dire questo ci vuole fede. Se ci pensiamo un attimo, e ci immaginiamo di essere accanto al suo letto, ecco, se per qualche minuto fossimo stati accanto al suo letto e l’avessimo guardata, se avessimo messo le sue mani nelle nostre mani, avremmo avuto il coraggio di dirle: “Sei beata!”? “Sei beata, sei beato” lo diremmo piuttosto davanti a due innamorati che si sposano, giovani e felici: sono l’immagine stessa della felicità.

Quando ringraziamo il Signore per la vita beata di Benedetta, cosa intendiamo? Che augureremmo ai nostri figli o ai nostri amici di essere come lei? Avremmo il coraggio di farlo? Siamo sinceri, no! Non possiamo dire che Benedetta era felice dal punto di vista umano, perché dal punto di vista umano non aveva proprio niente di cui rallegrarsi. E allora? Perché siamo contenti nell’invocarla: Beata? In che cosa era beata?

È Benedetta a raccontare, in una lettera a Padre Gabriele, quello che prova e gli scrive così: È per questo che, anche se sono sorda, cieca, forse fra poco più mutilata ancora, io sento che in Lui devo essere serena: perché Lui è luce, è promessa più eloquente, più vibrante che la parola umana. Io so che lo seguo, anche se Lui si nasconde, e io non riesco, per attimi, a capire più il senso esatto di quello che ancora vuole da me.

Il Signore non è felice della nostra sofferenza, ma ci dona la felicità anche nella sofferenza più pesante. Egli riesce, se noi gli diamo spazio, ad entrare con il suo amore anche nell’abisso della sofferenza più profonda.

Anzi, dirò di più, ed era questa anche la consapevolezza di Benedetta: la sofferenza aiuta a non essere superficiali, ad accontentarsi delle piccole gioie della vita, belle ma passeggere. La sofferenza può travolgere e intristire, ma può anche portarci ad incontrare l’amore vero che ti sostiene e ti accompagna senza mai abbandonarti.

Scrive ancora Benedetta: Ecco, allora, il dono più grande: quasi per incanto ritrovo in Lui tutta la mia serenità; appoggiata alla sua spalla, non più misera, incerta, povera, ma ricca nello spirito. E questo in particolare nella preghiera, in comunione con Lui e Maria, sua e nostra madre.

Abbiamo pregato all’inizio della celebrazione eucaristica con queste parole: O Dio, che hai unito la beata Benedetta al mistero della croce gloriosa del tuo Figlio e ne hai fatto un segno di speranza per coloro che soffrono, dona anche a noi, sostenuti dalla stessa fede, di sperimentare nelle prove della vita la gioia di amarti sopra ogni cosa.

Innanzitutto, Benedetta, unita alla croce gloriosa del Cristo, è un segno di speranza per coloro che soffrono. Noi preghiamo per la salute sempre di tutti e in particolare per la guarigione degli ammalati. Ma la nostra preghiera si innalza al Signore affinché gli infermi trovino nella malattia, sull’esempio di Benedetta, conforto e sostegno dall’amore di Dio e che Egli li aiuti nella loro debolezza.

Ecco la strada della felicità che tutti cerchiamo e auspichiamo per i nostri amici. Agli ammalati Benedetta dice: Nulla è saldo in noi, e tutto quello che è saldo in noi è perché Dio ci tiene stretti con la sua mano momento per momento.

Era la consapevolezza che sentiva Benedetta mano a mano che procedeva nel suo cammino umano e spirituale. Lo Spirito veniva in aiuto alla sua debolezza. E si faceva vivo nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio. In questa intima frequentazione del Signore, Benedetta, insieme a Lui, anche nella malattia, entrava nella pienezza della vita.

Gesù, nel vangelo che abbiamo ascoltato ci ha appena fatto una domanda: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?”

Sappiamo quanto è stata importante nell’esperienza di Benedetta la Parola del Signore, in particolare le lettere di san Paolo. E Benedetta riesce a far proprie le parole di Paolo, quando egli afferma che “Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.

Leggere, meditare la Parola del Signore, è come mettere cibo in dispensa per i momenti difficili. Sia la Parola del Signore lampada per i passi di tutti, in particolare per gli infermi.

Ma l’esempio di Benedetta vale per tutti noi, soggetti a giornate talvolta buie e tristi, per tanti motivi. Per molti di noi, niente di paragonabile alle sofferenze di Benedetta e di chi condivide oggi con lei la sofferenza fisica o morale.

Lasciamoci ispirare ancora una volta dalle sue parole:

Anche se le mie giornate sono eternamente lunghe e buie, sono pur dolci di un'attesa infinitamente più grande del dolore. Il cielo è la nostra patria vera, e là dobbiamo mirare, all'incontro.

E, ancora, a pochi giorni dalla morte scriveva all’amica Paola:

“La mia vita è tristissima Paola, ma io ho lo stesso tanta voglia di ridere. E’ perché il Signore è più forte di me ed io non ne ho alcun merito. Io sentivo attraverso le tue frasi anche queste parole: Benedetta, in questo segno vincerai. Allelujah: ed io nel mio cuore mi sentivo trasalire di gioia”.

“Benedetta ha cercato la verità e la felicità – ci ricordava mons. Zarri - ha avuto il coraggio di credere che le parole di Gesù sono via, verità e vita, ha amato Cristo quanto poteva, ben certa che non sarebbe rimasta delusa. Lo vuole dire a tutti”.

Concludo con una preghiera:

“Signore, se penso a Benedetta, sento esplodere nel cuore una certezza: non c’è strada che non possa ricondurre a Te… e nulla è impossibile per chi sa accogliere il Tuo Amore, nessun ostacolo e nessuna difficoltà possono separare da Te chi da Te sa e sente di essere immensamente amato, come figlio prediletto… non c’è sconforto e non c’è timore nella vita di chi Ti incontra. Non c’è valle oscura che sia impossibile attraversare, perché Tu, unico pastore, dai coraggio e sicurezza. Aiutaci, Signore, a desiderare di avere quei compagni di viaggio che Tu ci indichi: bontà e fedeltà. Compagni di viaggio che non hanno mai abbandonato Benedetta…”