Settant'anni fa, il 9 novembre 1944, i forlivesi festeggiarono la liberazione portando in trionfo don Pippo

Nel giorno della Festa della Liberazione  si ricordano coloro che, pur non partecipando all’azione bellica, lottarono e contribuirono alla libertà di tutti.

Come mons. Giuseppe Prati, il familiare don Pippo dei forlivesi, di cui ricorre quest’anno il 60° anniversario della morte. Don Pippo era diventato parroco di San Mercuriale il 19 marzo 1944, negli ultimi durissimi mesi della guerra e, come sempre, era stato presente tra la sua gente aiutando, incoraggiando e dando speranza. Dopo il bombardamento del 25 agosto 1944 fu tra i primi a soccorrere i feriti e passò lunghe ore, anche nei giorni seguenti, raccogliendo in piazza Saffi, in chiesa, sui muri, i brandelli di carne umana, li mise in una cassettina e li portò al cimitero.

“Il 9 novembre - raccontava mons. Giuseppe Mangelli che era stato collaboratore di don Pippo a San Mercuriale - la liberazione giunse improvvisa. Sentimmo di primo mattino come un prolungato crepitio di mortaretti e poi, sempre più forte e vicino, il rumore confuso di voci che chiamavano don Pippo. Alcuni di noi uscirono subito fuori con lui. E allora avvenne una di quelle scene, non nuove certo (don Pippo ci aveva abituati a tutto), ma sempre commoventi e indimenticabili. Fu portato quasi in trionfo, abbracciato e baciato da numerosi cittadini, a capo dei quali era il futuro sindaco Franco Agosto, appartenenti ai più diversi partiti politici”.

“Nella piazza della città - aggiunge lo storico Dino Mariani - i partigiani e il popolo avevano acclamato don Pippo, all’inizio dell’opera di ricostruzione, come un padre e un salvatore. Nella prima riunione pubblica del Comitato di Liberazione, composto da esponenti di ogni partito si gridò ‘Viva don Pippo’ e il primo cittadino di Forlì, appartenente ad una corrente di estrema sinistra, abbracciò l’umile sacerdote che in quel momento impersonava i dolori e le gioie di tutti i cittadini ed era la persona più amata e ben voluta da tutti”.