8/11/2015 a San Mercuriale la messa nel 63 anniversario della morte di don Pippo

Il saluto di don Giovanni Amati, direttore dell'Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, all'inizio della messa presieduta dal vescovo, mons. Lino Pizzi a San Mercuriale

Ricordiamo questa sera don Pippo, a 63 anni dalla morte, per imparare ancora dalla sua testimonianza di sacerdote, educatore, maestro di vita e di fede, giornalista, comunicatore e musicista.

Ringraziamo il settimanale diocesano il Momento e l’Opera don Pippo che ancora una volta ci invitano a questo appuntamento, alla vigilia del 71° anniversario della liberazione di Forlì e del 26° della caduta del muro di Berlino, nel giorno in cui facciamo memoria dei Santi della Chiesa forlivese, in questo secondo anno pastorale che la diocesi dedica ai giovani e nell’imminenza del convegno della Chiesa italiana che si aprirà proprio domani a Firenze sul tema “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.

Ad essere un uomo nuovo e ad educare una razza di uomini nuovi don Pippo dedicò il lavoro di tutta la sua vita prima all’oratorio dei Cappuccinini, poi al San Luigi, in seminario, nella parrocchia di Santa Lucia e qui a San Mercuriale. Con la sua presenza autorevole e intelligente nella Chiesa, nella cultura, nell’educazione, nella vita sociale e politica, attraverso le pagine del Momento da lui fondato, con le omelie e le conferenze comunicò uno sguardo nuovo sulle cose e sulle persone, insegnando che il primo compito per chi educa è capire e giudicare la realtà. Così per esempio scriveva nel 1930: “A coloro che hanno principalmente dovere di formazione e responsabilità di direzione: siamo tutti troppo faciloni e semplicisti…E par che non abbiamo occhi per vedere, né orecchi per udire”.

E ancora: “Molte volte par che si viva, ma non è se non un’apparenza di vita. Lo sentiamo un po’ tutti questo disagio: c’è abbondanza di proposte, di studi, di indirizzi, di richiami, di circolari. Ma una vera e propria trasfusione di sangue vivo in questo corpo che è la massa, stanca, sfiduciata, che segue quasi inconscia, questo pare che manchi”.

E don Pippo trasfuse questo sangue vivo attraverso il contatto e il rapporto con la sua persona: “Chiunque lo incontrasse - raccontava don Francesco Ricci, suo discepolo in oratorio e poi collaboratore al Momento - povero o ricco, giovane o vecchio, umile o dotto, amico o nemico, veramente lo incontrava, se lo trovava accanto, alla pari, non al di sopra, né al di sotto, con una immediatezza di rapporto che sorprendeva, disarmava, rincuorava”.

L’esito di questi incontri sono le intere generazioni di forlivesi educate da lui: “Don Pippo ci proteggeva - scrisse il drammaturgo Diego Fabbri, un’altro dei suoi giovani - ma non ci sottraeva ai rischi della lotta, ci educava ad un comportamento virile: lottare quando era necessario, anche a costo di patire offesa fisica”.

Esattamente fra un mese si aprirà l’Anno Santo straordinario della Misericordia: preghiamo perché come don Pippo tutti i sacerdoti siano, come ha chiesto papa Francesco durante il suo viaggio negli Stati Uniti, non notai e burocrati, ma veri padri, segno della maternità misericordiosa della Chiesa.

 

 

 

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