Enzo Bianchi fa il pieno a Coriano. Prossimi appuntamenti il 22 con il vescovo mons. Corazza e il 29 con i laboratori il 29

 

Enzo Bianchi fa il pieno a Coriano.
Era stracolma in fatti la chiesa di via Pacchioni per ascoltare il fondatore della Comunità di Bose, nel primo degli appuntamenti proposti per approfondire i contenuti dell’anno pastorale che ha come tema “Chiamati alla fraternità”.
Ha introdotto l’incontro il vescovo mons. Livio Corazza: “Vogliamo dare testimonianza di una comunità fraterna, luminosa e attraente”.
Bianchi ha parlato della fraternità nella Scrittura e nella vita della Chiesa nascente: “La parola fraternità la troviamo nelle prime pagine della Genesi quando Dio chiede a Caino dov’è suo fratello, una domanda che implica una custodia e una fraternità verso l’altro. L’umanità è una catena generazionale in cui uno è a immagine e somiglianza dell'altro e l’uno e l’altro a somiglianza di Dio. La fraternità nasce dall’avere tutti origine dallo stesso Dio creatore”.
Ma subito il male si insinua nella fraternità fino a far sentire l’altro, come nemico oppure rinchiudendolo dentro categorie che noi abbiamo deciso: “Non mi avvicino all’altro perché è povero ma perché è fratello. Gesù ha voluto mostrare la fraternità verso tutti, e nel giudizio universale saremo giudicati su questo (quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli…..). La fraternità è stata fondamentale nella prima comunità tanto da diventare il nome stesso della Chiesa. Viene inventato addirittura un termine nuovo, adelfhotes che non esiste nel greco classico, per indicare la Chiesa-fraternità, casa e scuola di comunione in questo mondo sfilacciato”.
Gli incontri di Coriano continuano lunedì 22 ottobre, alle 20.45: mons. Livio Corazza, vescovo di Forlì-Bertinoro, parlerà di “Un cammino di fraternità per la Diocesi”. Lunedì 29, sempre alle 20.45 si parlerà di “Laboratori di fraternità: nella comunità, negli organismi e nella vita quotidiana”.

 

 

 

 

Gli incontri di Coriano (ore 20.45 chiesa parrocchiale di Coriano)
 
 
 
 
 
Sabato 29 settembre, alle 20, in Cattedrale il vescovo mons. Livio Corazza ha presieduto la celebrazione di apertura dell’anno pastorale 2018-2019 che avrà come tema “Chiamati alla fraternità”. Ogni comunità parrocchiale presente era rappresentata dalla croce astile portata da tre parrocchiani e hanno partecipato anche i giovani che nell'agosto scorso sono andati in pellegrinaggio a Roma per incontrare il Papa.
Alle 21, al termine della celebrazione, in Barcaccia (palco grande - Musei San Domenico) le festa è continuata con il concerto “Geografia musicale” esibizioni a cura della pastorale giovanile diocesana in collaborazione con Agesci, Azione Cattolica, Unitalsi, Centro di aggregazione Mandalà, Istituto Salesiano Orselli, Sala San Luigi, Rete Adolescenza Forlì.
 
L'omelia del Vescovo
Grazie per essere qui!
1.Le croci e la nostra fede
Siete venuti camminando insieme dietro le croci, che rappresentano Cristo crocifisso e le vostre comunità di appartenenza. Camminare insieme dietro a Gesù morto in croce per amor nostro è una professione di fede. Un dono e un impegno.
2. La fraternità cristiana
Abbiamo ascoltato la Parola di Dio che illumina il nostro cammino: “Luce ai miei passi è la tua Parola, Signore”. Negli Atti, abbiamo rivisto la fotografia della prima comunità e di tutte le comunità cristiane: erano un cuor solo e un’anima sola. Una sola famiglia.
3. La fraternità universale
Abbiamo ascoltato il vangelo del buon Samaritano. Il vangelo della fraternità universale.
I verbi della parabola del buon samaritano sono lo stile del cristiano che crede nella fraternità come misura della vita.
Le azioni compiute sono dieci: «…lo vide e n'ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.”»
Dieci verbi, che significano dieci azioni da parte di uno sconosciuto nei confronti di un altro sconosciuto. Il samaritano e il malcapitato non erano presumibilmente amici, non erano connazionali, non professavano la stessa religione. Non sappiamo nemmeno affermare se il destinatario della solidarietà del samaritano avrebbe fatto altrettanto e agito nello stesso modo; sta di fatto che l’unica cosa che intuiamo, anzi sappiamo, è che per il samaritano lui era un fratello.
Nella figura del samaritano è Gesù stesso che mostra il volto di Dio che ha compassione per ciascuno di noi.
Il samaritano siamo noi quando, come lui, mettiamo in fila i dieci verbi nei confronti di chi ha bisogno.
È la compassione… la compassione, cioè soffrire con l’altro, è la cosa che ha più senso nell’ordine del mondo". (Emmanuel Levinas)
Non sappiamo che tipo fosse il malcapitato aggredito dai briganti lungo la strada. Gesù non si sofferma a descriverlo, non ci dice da dove venisse, che mestiere facesse, né come fosse vestito… noi magari possiamo immaginare che costui non fosse neppure uno stinco di santo, forse ci piace anche pensare che non meritasse tante attenzioni. Ma nulla di tutto questo è importante. Per il samaritano, per Gesù – e per chi, al pari di Gesù, non tira dritto come il sacerdote e il levita – nessuna di queste indicazioni conta, è soltanto e semplicemente un fratello.
Cari fratelli e sorelle, se vogliamo creare un mondo diverso e nuovo, dobbiamo raccogliere la sfida che Gesù lancia a ciascuno di noi con le parole finali del dialogo avuto col dottore della legge: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Gesù ci esorta a diventare come il samaritano, nelle relazioni verso il prossimo! Amorevoli e compassionevoli.
4. Fraternità in Parrocchia
A partire dallo stile delle nostre relazioni in parrocchia. A partire dalle nostre liturgie, talvolta troppo fredde, mute, che non scaldano e non cambiano il nostro cuore.
Le nostre assemblee non possono essere vissute nell’indifferenza. Se siamo freddi quando mangiamo il corpo di Cristo, come potremo portare luce e compassione una volta che usciamo di chiesa? Come potremo invitare altri a venire con noi? Se siamo freddi, come possiamo accorgerci dei poveri?
Il mondo, i poveri, hanno bisogno di persone che cambiano le relazioni, che passano da indifferenti a amichevoli.
5. La fraternità viva.
Come far sì che la fraternità non sia frutto di buoni sentimenti, ma diventi carne e vita di tutti i giorni?
Vi verrà consegnato un poster al termine della celebrazione, con l’immagine antica di un’ultima cena. O forse, dovremmo dire, della prima messa nella storia. Della Prima celebrazione eucaristica. È la comunione con il Signore che entra nella nostra carne la sorgente della fraternità cristiana. Mangiando il pane della comunione, la fraternità non si spegne.
6. Ma c’è un’ultima “effe” che vorrei proporvi, ed è quella della formazione. La formazione ci aiuta a mettere radici profonde alla fede e alla fraternità. Nel mese di ottobre in particolare, ci ritroveremo per conoscere una testimone della fraternità, una che non solo credeva a parole ma viveva la sorellità: Annalena.
E poi, a Coriano, ci ritroveremo a tirare un po’ le somme: cosa vuol dire oggi, qui, per me, e per noi, in famiglia, e in parrocchia, vivere la fraternità cristiana, come ci ha chiesto Gesù nostro fratello maggiore?
7. I giovani e la fraternità
Cari fratelli e sorelle, siamo entrati in chiesa con la nostra bandiera, con il vessillo della croce. Motivo di scandalo e di speranza.
La croce è il simbolo del dono di sé, di chi per amore non si è tirato indietro.
La croce ha accompagnato anche il viaggio di voi, ragazzi che avete camminato fino a Roma. Avete ricevuto una croce da mettere sul petto.
Cari ragazzi, continuate a camminare, non stancatevi di restare in viaggio… e guardatevi sempre intorno, sollevate lo sguardo, siate pronti ad incontrare gli uomini e le donne ferite. Siate capace anche di fermarvi, siate capaci di ascoltare le richieste di aiuto, che siano urlate a gran voce o appena sussurrate… nessuno più di voi ci mette entusiasmo nella strada, che affrontate spesso con il sorriso, con una gioiosa e contagiosa confusione che risuona di canti e chiacchiere; nessuno più di voi capisce il desiderio di sentirsi importanti, il bisogno profondo di essere amati, la bellezza del prendersi cura gli uni degli altri. Nessuno più di voi comprende cosa significhi avere bisogno di amore, amicizia, compassione, sostegno… Siate capaci di un amore che sa compiere gesti semplici, anche se costano, anche se richiedono sacrificio (di tempo, di forze, di risorse); siate capaci di camminare insieme, se possibile, ognuno fiero di far parte di un gruppo di amici, di un movimento o di una associazione cristiana. Ma tutti ugualmente consapevoli di far parte di una sola famiglia. È molto più profondo quello che vi unisce di quello che vi distingue. Non dimentichiamo che facciamo parte di una sola comunità.
Cari fratelli e sorelle, la storia e le circostanze del momento presente esigono da noi la disponibilità al cambiamento. A fare profondi cambiamenti, nella gioia e nella disponibilità.
Nel nome del Signore, mettiamoci in cammino, ripartiamo per un nuovo anno, rispondiamo con fiducia all’appello dello Spirito Santo, ad offrire un luogo di fraternità e di accoglienza, come zattere in mezzo al mare o sorgenti in mezzo al deserto.
Come la famiglia si ritrova a tavola la domenica, riconoscendosi veramente famiglia, così noi cristiani ci stringiamo attorno alla mensa del corpo e sangue di Cristo. Solo lì sappiamo trovare la forza per continuare ad amare, ad essere punto di riferimento per chi cerca un senso profondo alla propria vita.
Concludo con le parole che Papa Francesco ha pronunciato in Lettonia: “In tempi nei quali sembrano ritornare mentalità che ci invitano a diffidare degli altri, che con statistiche ci vogliono dimostrare che staremmo meglio, avremmo più prosperità, ci sarebbe più sicurezza se fossimo soli, Maria e i discepoli di queste terre ci invitano ad accogliere, a scommettere di nuovo sul fratello, sulla fraternità universale” ora e sempre.
Amen.

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