Festa di Sant'Ellero, patrono di Galeata: il saluto del Vescovo, l'omelia del card. Bassetti

Galeata sarà in festa martedì 15 maggio per celebrare il patrono Sant’Ellero. Ospite d’eccezione, alle celebrazioni di quest’anno, sarà il card. Gualtiero Bassetti, vescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana che, alle 11.00, nell’abbazia dedicata al Santo presiederà la messa solenne, concelebrata da mons. Livio Corazza, vescovo di Forlì-Bertinoro e concelebrata dai sacerdoti della diocesi e dell’Opera Madonnina del Grappa. Tutte le domeniche del mese di maggio sono previsti pellegrinaggi e preghiere nell’abbazia sopra Galeata con le messe alle 9, 11 e 15.30, recita del rosario alle 15 e apertura del mercatino di beneficenza. Il card. Bassetti era stato ospite a Forlì già lo scorso anno quando a Castrocaro Terme aveva presieduto la messa solenne in occasione della festa patronale della Madonna dei Fiori.

Sabato 25, alle 20, si svolgerà la tradizionale fiaccolata fino alla chiesa di Sant’Ellero percorrendo l’antico sentiero delle cellette.

Ellero nacque in Tuscia nel 476 e a dodici anni lasciò la casa paterna per dedicarsi alla vita eremitica, si inoltrò sull'Appennino e scelse per propria dimora il monte poco sopra Galeata. A vent'anni passò dalla vita eremitica a quella cenobitica, si scontrò con l’imperatore Teodorico che pretendeva utilizzare i monaci per la costruzione della sua villa di caccia a Galeata. Al rifiuto del Santo decise di salire lui stesso al monastero, ma si perse nella nebbia e dopo un lungo vagare arrivò finalmente al cospetto di Sant’Ellero che lo costrinse a rimanere bloccato sul cavallo finché non smorzò le sue pretese verso la comunità verso la quale si mostrò poi munifico amico. Il fatto è descritto in un antico bassorilievo in pietra conservato nel museo civico di Galeata.

Ellero morì all'età di ottantadue anni, il 15 maggio del 558. Dell’antico monastero resta in piedi la chiesa dove per tutto il mese di maggio, tante persone vanno in pellegrinaggio per pregare il Santo venerato in particolare contro il mal di testa. Nella cripta è custodito il sarcofago di Ellero, dietro ad esso si apre appunto la cella, dove si pensa il Santo si ritirasse a pregare.

 

Il saluto di mons. Corazza

Carissima Eminenza, voglio esprimerle con grande gioia la stima e l’affetto – a nome mio e di tutta la diocesi – alla sua persona e al suo stile di uomo al servizio della chiesa, sempre proteso verso la convivenza pacifica e fraterna.

Forlì è una comunità vivace ed attiva, che prova in questi tempi due sentimenti e percezioni particolari, la preoccupazione e la determinazione. È una comunità preoccupata per la sfiducia e per le paure che aumentano nella chiesa e nella società civile.

Nella chiesa, per i numeri che vengono meno, per quella parte di comunità che manca. Per i battezzati che non partecipano.

Nella società, per la divisione nelle famiglie, per le tensioni sociali che si diffondono. Si avverte un forte turbamento per le povertà materiali e umane che crescono.

Ma Forlì è anche una comunità determinata a non mollare, che si impegna a svolgere il proprio compito di cristiani chiamati da Dio ad essere, oggi, una comunità fraterna attraente e luminosa, che Papa Francesco ci ha indicato come obiettivo e missione della chiesa.

Invochiamo insieme nella preghiera sant’Ellero, monaco e fondatore di monasteri, contemporaneo di san Benedetto, portatori entrambi di luce e di convivenza civile in un mondo anche allora impaurito per i cambiamenti epocali che si stavano vivendo. Ma essi non si persero d’animo, fondarono comunità fraterne e fu la mossa vincente. Furono davvero comunità attraenti e luminose!

Sono di grande utilità e insegnamento anche per noi, tentati di lasciarci invadere nell’animo dalla sfiducia e dal rancore.

I testimoni di un mondo nuovo possibile non sono solo quelli di ieri ma anche di oggi. Su tutti, faccio due esempi, a noi particolarmente cari. La prima luce che brilla è quella di una donna, Benedetta Bianchi Porro, che nel prossimo settembre verrà proclamata beata nella cattedrale di Forlì e che illumina tutti ancora oggi per la sua serenità nella sofferenza.

E il secondo esempio è quello di don Giulio Facibeni, nato qui a Galeata, e con lui, tutta l’opera Madonnina del Grappa, la cui testimonianza resta sempre preziosa.

Grazie Eminenza per la sua presenza, che ci dà gioia e voglia di fare sempre più e sempre meglio. Lei qui è a casa sua. Preghiamo insieme e con grande fiducia perché i cristiani tutti diventino discepoli missionari di una nuova umanità.

 

L'omelia del card. Bassetti

Carissimi fratelli e sorelle, con vivo piacere ho accolto l'invito del fratello vescovo mons. Livio Corazza a venire a Galeata per la festa di sant'Ellero.

L'occasione per me è anche quella di salutare tanti amici che qui ritrovo e di far memoria di mons. Giulio Facibeni, che a Firenze chiamano il "padre". Questi luoghi mi sono cari da sempre e mi richiamano il mio paese di Marradi, circondato dagli stessi Appennini.

Un cordiale saluto rivolgo a mons. Lino Pizzi, vescovo emerito, ai carissimi sacerdoti presenti, alle autorità e a tutti i devoti di sant'Ellero, qui convenuti.

La Parola di Dio che oggi ci viene offerta suscita numerose riflessioni. Le tre letture ci parlano, in fondo, di una cosa sola: la vocazione/conversione a cui ogni uomo è chiamato, alla sequela del Signore. Alla base della vocazione/conversione possiamo dire che stanno tre atteggiamenti fondamentali: trovare il coraggio di affrontare la propria missione (profeta Elia); morire al peccato e alle opere del peccato (San Paolo); lasciare tutto senza rimpianti, considerando che l’impresa a cui ci si accinge ne valga la pena.

Essa non tollera infingimenti o distrazioni (Vangelo di Luca), ma solo il caricarsi della propria croce, che, in questo caso, oltre alle inevitabili prove della vita, sta forse a significare il carico che bisogna esser pronti a mettersi sulle spalle, quando si vuole essere testimoni di Cristo.

Tutte queste esperienze possiamo ricercarle e trovarle nella testimonianza del nostro santo patrono Ellero, che su queste alture decise di lasciare tutto, cambiare vita e donarsi totalmente al Signore. La strada di Dio a quei tempi era quella di ritirarsi in forma eremitica (divenuta poi comunitaria), in un luogo appartato, lontano dai rumori e dalle tentazioni del mondo, per immergersi solamente nel pensiero di Dio, contemplando la natura e aiutando il prossimo con forme di umile carità. Ellero trovò questo coraggio. Salì tra questi monti della Valle del Bidente e si ritirò in una grotta, poi con dei discepoli costruì un piccolo cenobio. La sua vita eremitica era scandita da due elementi fondamentali: preghiera e lavoro. Con la preghiera si entra in comunione con Dio, con il lavoro si coopera con Dio, proseguendone l'azione creatrice. Ellero fondò, verso il 496, il nucleo monastico di Galeata. La regola era semplice, simile a quella di san Pacomio: la mattina è dedicata al lavoro; nel primo pomeriggio i monaci pranzano; dopo il pasto si immergono nella preghiera, fino a tarda notte. Una regola meno articolata di quella di san Benedetto, che però contiene elementi fondamentali, validi per tutti, non solo per i monaci.

Ellero sarebbe morto all'età di ottantadue anni, il 15 maggio del 558. Nel corso dei secoli il suo monastero divenne un centro importante del territorio e il suo abate fu a lungo la massima autorità civile e religiosa dell'Appennino forlivese, esercitando la giurisdizione episcopale fino al 1785, quando il monastero e il suo territorio vennero aggregati alla diocesi di Sansepolcro: infatti, come sapete, fino al 1923 Galeata era in Toscana e, insieme a tutta l’alta Val Bidente ha fatto parte della diocesi biturgense fino al 1975.

Avete sentito, dal Libro dei Re, la vicenda del profeta Elia, che, sopraffatto dalla persecuzione scatenata contro di lui, chiede al Signore di farlo morire. Ma l'angelo viene a salvarlo e lo fa camminare fino al monte di Dio, l'Oreb. Il profeta si riposa in una grotta. Qui avverte che il Signore sta per visitarlo: si affaccia all'ingresso della grotta e ode un vento fortissimo, poi il terremoto, poi un fuoco gagliardo: ma' Dio non è in questi elementi sconvolgenti. Il Signore arriva con una brezza fine e leggera e lo invita di nuovo alla missione. Carissimi, chi è vissuto su questi monti i ha sperimentato gli elementi ostili e paurosi della natura, come forse a suo tempo sant'Ellero, e ha sperimentato in tempi più recenti anche la guerra, il passaggio del fronte, le cannonate, l'orrore dei rastrellamenti. Di queste cose sono vago testimone anch'io, che da bambino le ho in parte vissute tante volte. E anche quassù è passata la storia, tanta storia. Sono passati i rivolgimenti epocali, con le loro tragedie. Da quassù/ sono venuti però anche grandi uomini, che tali tragedie hanno cercato prima di affrontarle, per poi curarne le piaghe. Mi riferisco in particolar modo al Servo di Dio don Giulio Facibeni, nato qui a Galeata, ma vissuto e morto in Firenze. Sappiamo tutti il bene compiuto da don Giulio, insieme ai suoi preti e collaboratori della sua Opera Madonnina del Grappa. Egli scrive: “Il vangelo non è un elenco di belle massime per gli umanitaristi, non è un complesso di belle e maestose cerimonie. E’ fermento di vita, tutto eleva, purifica, rinnova. L’impegno con Cristo non può essere preso alla leggera”. E desideriamo oggi ringraziare il Signore per averci donato questo piccolo prete, che si è caricato di pesi e di croci che gli hanno richiesto un continuo abbandono alla provvidenza di Dio, fino a consumarsi totalmente nella carità. Un uomo, un prete che ha preso alla lettera il Vangelo.

Insieme a questa grande figura di prete, voglio ricordare anche altri sacerdoti che hanno vivificato queste terre: mons. Duello Mengozzi, di cui ho celebrato i funerali quando ero vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Anche lui, come don Facibeni, è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni per avere rischiato la propria vita per salvare una anziana ebrea, ospitata in casa propria e spacciata come propria madre (era orfano fin da bambino, quindi i tedeschi non sospettarono nulla); mons. Pietro Zazzeri, che è stato tra le guide spirituali del mio ausiliare mons. Marco Salvi; mons. Ercole Agnoletti, autore di molti studi sulla storia della diocesi e delle varie comunità; don Carlo Fabbretti, l'ultimo prete di Sansepolcro parroco di Galeata, morto nel 2016. Mi sembra poi doveroso ricordare anche una figura di vescovo, mons. Domenico Bornigia, vescovo di Sansepolcro, che partecipò con vero fervore al Concilio Vaticano II e volle il restauro di questa abbazia e la ripresa del culto a sant'Ellero. Un culto ancora oggi vivissimo, non solo qui a Galeata, ma in gran parte dell'Appennino tosco-romagnolo. I secoli non riescono a scalfire i legami di fede e di pietà che avvincono queste popolazioni al loro Santo.

Anche lui è vissuto in epoca non facile. Quando il mondo dei cosiddetti "barbari" stava ormai cancellando la gloria dell'impero romano con la sua storia e la sua cultura, brillò la fede di personaggi intrepidi come sant'Ellero, san Benedetto e tanti altri che poi a schiere sempre più numerose si sarebbero sparsi per tutta Europa testimoniando Cristo e i valori più nobili della cultura romana, con il suo diritto e le sue tradizioni. Possiamo dire che grazie a questi piccoli eremi, a queste esigue comunità di monaci s'è propagata la fede e s'è conservata la civiltà antica. Oggi l'Europa sembra spesso dimenticare queste radici. Ricordo in proposito quanto ebbe a dire Papa Francesco in occasione del conferimento del premio Carlo Magno (6 maggio 2016): «Alla rinascita di un'Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l'annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell'andare incontro alle ferite dell'uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante... Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l'acqua pura del Vangelo alle radici dell'Europa». Preghiamo, fratelli e sorelle, perché, sull'esempio di sant'Ellero e del Servo di Dio Giulio Facibeni, il nostro Paese e la nostra Europa non smarriscano mai le proprie radici per vivere bene il presente e costruire un futuro di speranza, di solidarietà e di pace per tutti. Amen!

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